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Riassunto
C’era una volta un credo. Un credo che ci ha insegnato che “nulla è reale, tutto è lecito”, trasportandoci tra i tetti di Gerusalemme, i canali di Venezia e le piramidi d’Egitto. Assassin’s Creed non era solo un videogioco, ma una macchina del tempo che ci rendeva protagonisti silenti della Storia. Oggi, quel credo sembra essere stato sostituito da un altro, molto più terreno e meno affascinante: la paura.
La notizia della cancellazione di un capitolo ambientato nell’era della Ricostruzione americana, subito dopo la Guerra Civile, non è solo un rumor sfuggito dagli uffici di Ubisoft.
È il sintomo di una malattia profonda, la prova che il colosso francese, terrorizzato dalla sua stessa ombra e dalle reazioni del pubblico, sta imparando le lezioni sbagliate, sacrificando il coraggio creativo sull’altare di un quieto vivere che non accontenta nessuno. Analizziamo insieme perché questa decisione è molto più grave di quanto sembri.
Il Progetto che Non Vedremo Mai Assassin’s Creed Civil War
Secondo un recente report di Game File, basato su testimonianze di cinque dipendenti ed ex-dipendenti Ubisoft, nei corridoi della compagnia si stava lavorando a un progetto tanto ambizioso quanto delicato. Un Assassin’s Creed ambientato nel turbolento periodo della Ricostruzione post-Guerra Civile Americana.

Il concept, che aveva già ricevuto un’approvazione iniziale, avrebbe avuto come protagonista un uomo precedentemente schiavizzato che, dopo aver ottenuto la libertà, si univa alla Confraternita degli Assassini. Il suo viaggio lo avrebbe portato prima verso il selvaggio West, per poi tornare nel Sud devastato dalla guerra, con una missione precisa: lottare per la giustizia e affrontare l’ascesa di organizzazioni terroristiche come il Ku Klux Klan.
Sulla carta, un’ambientazione del genere avrebbe un potenziale narrativo immenso. Un periodo storico denso di contraddizioni, di speranze infrante e di violenza, perfetto per esplorare i temi cardine della saga: la lotta per la libertà contro l’oppressione, il conflitto tra ordine e caos, e la ricerca di giustizia in un mondo che ne sembra privo.
Un Assassino che combatte il KKK? È un’idea che, se sviluppata con la giusta sensibilità e profondità storica, avrebbe potuto dare vita a uno dei capitoli più maturi e memorabili della serie.
Eppure, nel 2024, il progetto è stato archiviato. La motivazione ufficiale, secondo una fonte interna, è tanto semplice quanto desolante: l’ambientazione era diventata “troppo politica in un paese troppo instabile”. Una frase che, a una prima lettura, potrebbe suonare come un atto di prudenza. Ma a un’analisi più attenta, rivela una miopia sconcertante. Ubisoft non ha fermato il progetto perché temeva di non essere all’altezza di un tema complesso. Lo ha fermato perché ha interpretato le recenti polemiche, in particolare quelle su Assassin’s Creed Shadows, nel modo più sbagliato possibile.
L’Effetto Yasuke non permette rappresentare e diventa un boomerang
Per capire la logica dietro questa cancellazione, dobbiamo fare un passo indietro e guardare all’occhio del ciclone: Assassin’s Creed Shadows e la controversa scelta del suo protagonista, Yasuke. Quando Ubisoft ha svelato che uno dei due personaggi giocabili sarebbe stato il samurai di origini africane, una figura storica realmente esistita, parte della community ha reagito con veemenza.

È fondamentale, però, analizzare la natura di questa reazione, spesso etichettata superficialmente come razzista. La critica principale di moltissimi fan di lunga data non riguardava l’etnia del personaggio, ma una palese rottura con le tradizioni narrative della saga.
Succede sempre in Assassin’s Creed?
Da sempre, i protagonisti di Assassin’s Creed sono stati personaggi originali, fittizi, che si muovevano all’interno della Storia, interagendo con figure storiche reali ma rimanendo essi stessi una creazione degli sceneggiatori. Altaïr, Ezio, Connor, Bayek, Kassandra: erano le nostre finestre su un’epoca, non l’epoca stessa.
Questo permetteva agli sviluppatori una libertà creativa totale nel plasmare la loro personalità e il loro arco narrativo, senza dover forzare o riscrivere eventi storici documentati.
Con Yasuke, Ubisoft ha infranto questa regola non scritta. Ha preso una figura storica, di cui peraltro si sa relativamente poco, e l’ha elevata al ruolo di protagonista, stiracchiando la sua biografia per adattarla alle esigenze di un blockbuster videoludico e, soprattutto, di un messaggio di marketing ben preciso.
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La mossa è stata venduta come un trionfo di “rappresentazione autentica”, ma a molti giocatori è apparsa per quello che probabilmente era: un’operazione di facciata, un tentativo di “virtue signaling” corporativo pensato più per generare titoli sui giornali che per servire la narrazione.

Il contraccolpo è stato forte non perché i giocatori non volessero un protagonista nero, ma perché hanno percepito una decisione calata dall’alto, dettata da una checklist ideologica piuttosto che da una reale ispirazione creativa.
Hanno visto l’ennesima prova che Ubisoft sembra più interessata alla propria immagine pubblica che a creare mondi storici immersivi e coerenti con il proprio stesso canone.
“Niente Politica” in Giochi Palesemente Politici
La reazione di Ubisoft alle critiche su Shadows è stata emblematica. Il CEO Yves Guillemot ha pubblicamente dichiarato che l’obiettivo dell’azienda “non è spingere alcuna agenda specifica”, insistendo sul fatto che i loro sono “giochi che tutti possono apprezzare”.
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🔔 Iscriviti al canaleUna dichiarazione che suona incredibilmente vuota, se non ipocrita, se si guarda alla traiettoria recente dei titoli della compagnia.
Ubisoft ha un lungo curriculum di giochi che, pur pretendendo neutralità, sono intrisi di tematiche politiche contemporanee, spesso trattate con una superficialità disarmante.
Far Cry 5 ha preso in giro l’estremismo rurale americano, ma si è tirato indietro all’ultimo, evitando di prendere una posizione netta per paura di alienare una parte del pubblico.
Watch Dogs: Legion ha affrontato temi come la Brexit, il nazionalismo e la sorveglianza di massa in una Londra distopica.
La stessa Ubisoft ha flirtato con l’idea di riscrivere la storia della Ricostruzione americana, uno dei periodi più politicamente carichi della storia degli Stati Uniti.
L’azienda vuole disperatamente essere percepita come moderna, progressista e culturalmente rilevante, ma al primo segno di vera controversia, batte in ritirata e si nasconde dietro un velo di finta apoliticità. Questo atteggiamento non fa che erodere la fiducia dei giocatori, che vedono una leadership debole, incapace di sostenere le proprie scelte creative e pronta a sacrificare una visione artistica per non turbare i mercati.
Finanza, Paura e una Profonda Crisi d’Identità in Ubisoft
Il report di Game File sottolinea un altro fattore cruciale nella cancellazione del progetto: la situazione finanziaria di Ubisoft. Dopo un 2024 disastroso, segnato da rinvii, vendite deludenti e un crollo del valore delle azioni, la dirigenza è diventata estremamente avversa al rischio.
L’idea di lanciare un gioco sulla razza e la politica americana, nel bel mezzo di un clima culturale polarizzato, è diventata un azzardo troppo grande per un’azienda che lotta per la stabilità.
Ma anche questa è una lettura parziale. La cautela arriva con anni di ritardo. Il vero problema non è l’ambientazione in sé, ma la mentalità con cui Ubisoft l’avrebbe affrontata.
L’azienda continua a provare a vendere ideologia sotto la bandiera della “rappresentazione”, per poi rimanere scioccata quando la community, stanca di sentirsi fare la predica, risponde negativamente.
Questa cancellazione è il sintomo più evidente di una profonda crisi d’identità. Ubisoft non sa più chi è, né a chi si rivolge.
È l’azienda che ha creato capolavori di gameplay e narrazione come Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo e Assassin’s Creed II?
O è un colosso corporativo che insegue i trend di mercato, riempiendo i suoi giochi di meccaniche “live service” e messaggi sociali annacquati per compiacere gli investitori e i social media?
La leadership sembra paralizzata dalla paura. Insiste che i suoi giochi sono “per tutti”, ma li progetta per ottenere l’applauso di una specifica bolla mediatica. Parla di “autenticità” mentre riscrive la storia per adattarla a narrative moderne. E, cosa più grave, incolpa i giocatori per “l’instabilità”, quando la vera instabilità è all’interno delle sue stesse mura.
Ubisoft non ha capito ancora niente
Ed eccoci al punto cruciale. Annullando il progetto sulla Guerra Civile, Ubisoft ha dimostrato di aver imparato la lezione sbagliata. La leadership non ha concluso: “Forse i nostri giocatori sono stanchi di storie guidate dall’identità e dal ‘virtue signaling'”. Ha invece concluso: “I nostri giocatori non sono in grado di gestire argomenti complessi”.
Questa è una profonda offesa all’intelligenza del suo pubblico. Assassin’s Creed, fin dal suo primo capitolo, ha sempre trattato argomenti complessi: la religione, il fanatismo, la libertà, il colonialismo, la natura del potere.
La differenza è che lo faceva attraverso una narrazione solida e un’esplorazione storica che lasciava al giocatore lo spazio per pensare, senza imporgli una morale preconfezionata.

Il problema non è mai stato “la politica” nei videogiochi. La politica è ovunque, è intrinseca a ogni storia di conflitto e potere. Il problema è quando la politica diventa propaganda, quando il messaggio ideologico sovrasta il gameplay, la coerenza narrativa e il divertimento.
Certi giochi non hanno bisogno di sensibilità ma di realtà
I giocatori non vogliono una lezione di storia riscritta secondo le sensibilità del 2024; vogliono un’esperienza di evasione storica, un’immersione in un mondo passato che sia affascinante, credibile (nei limiti della finzione) e, soprattutto, divertente da giocare.
Se Ubisoft vuole salvare Assassin’s Creed, la soluzione non è cercare ambientazioni “sicure” o evitare argomenti controversi. La soluzione è tornare alle origini, non in termini di gameplay, ma di filosofia.
Concentrarsi su una narrazione avvincente: Creare personaggi memorabili per cui i giocatori possano tifare, con motivazioni complesse e umane.
Rispettare la storia e il proprio canone: Usare la storia come un palcoscenico, non come un testo da correggere con la penna rossa dell’ideologia moderna.
Innovare il gameplay: La saga ha bisogno di una vera evoluzione, non di un’infinita ripetizione di formule open-world che hanno ormai stancato.
Ascoltare la community: Non le frange più rumorose e tossiche, ma il feedback costruttivo di quella base di fan che ha reso la saga un fenomeno globale e che oggi si sente tradita.
Un Credo Smarrito per gli Assassin’s Creed
Ubisoft non ha cancellato un’idea coraggiosa. Ha cancellato l’ennesimo potenziale passo falso, un progetto che, con ogni probabilità, sarebbe stato un altro disastro di pubbliche relazioni.
La cancellazione non è un atto di saggezza, ma un atto di codardia, la fuga da un incendio che la stessa azienda ha contribuito ad appiccare. Dopo anni di scandali interni, gestione discutibile e narrazioni stonate, Ubisoft sembra determinata ad alienare sia i suoi sviluppatori che la sua base di fan.
Il futuro di Assassin’s Creed è a un bivio. Potrà continuare su questa strada, inseguendo un’approvazione che non arriverà mai e perdendo per sempre la sua anima, oppure potrà fermarsi, fare un respiro profondo e ricordare cosa rendeva speciale il suo Credo: la storia avvincente, il gameplay solido e un’avventura che i giocatori volevano davvero vivere.
E voi, cosa ne pensate? Siete sorpresi dalla cancellazione di questo progetto? E soprattutto, credete che Ubisoft riuscirà a ritrovare la rotta o la saga di Assassin’s Creed è destinata a perdersi tra polemiche e decisioni dettate dalla paura?
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