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Riassunto
Svegliarsi la mattina, accendere il tubo catodico, sentire quel ronzio elettrico di sottofondo e prepararsi a sognare. Se siete cresciuti a cavallo tra i gloriosi anni ’80 e i primissimi anni ’90, c’è un’altissima probabilità che abbiate passato i vostri pomeriggi a consumare merendine confezionate sperando ardentemente che un raggio fotonico vi colpisse in pieno petto. E no, non per finire al pronto soccorso, ma per ritrovarvi magicamente a fluttuare a mezzo metro dal pavimento della vostra cameretta. Con questa Premessa nasce Il Mio Amico Ultraman.
In un’epoca in cui i supereroi al cinema e in TV non avevano i budget faraonici dei Marvel Studios, c’era una piccola produzione canadese che, con una manciata di dollari e un’inventiva clamorosa, è riuscita a ritagliarsi uno spazio indelebile nei nostri cuori. Allacciate le cinture, preparate la vostra migliore lacca per capelli a tenuta extra forte e tuffiamoci nei meandri oscuri, ironici e meravigliosamente ingenui di uno dei cult più incompresi e amati di sempre.
Il Mio Amico Ultraman, Gli Anni ’80 e la Nascita di un Cult
Per comprendere appieno il fenomeno di cui stiamo parlando, è necessario fare un vigoroso salto indietro nel tempo. Dimenticatevi la CGI fotorealistica, dimenticatevi gli universi cinematografici condivisi e le sceneggiature calcolate al millimetro da algoritmi e focus group. La televisione della fine degli anni ’80 era un vero e proprio Far West creativo, un ecosistema dove idee bizzarre potevano non solo trovare finanziamenti, ma anche prosperare e diventare fenomeni di costume.

Il panorama televisivo prima dei grandi budget
In quegli anni, la fantascienza e il genere supereroistico in televisione stavano vivendo una fase di transizione. I fasti del Batman di Adam West erano ormai un ricordo sbiadito, e l’Incredibile Hulk di Lou Ferrigno aveva dimostrato che si poteva fare televisione sui supereroi puntando più sul dramma umano (e su secchiate di vernice verde) che sugli effetti speciali puri. In questo contesto, l’idea di mettere in scena poteri sovrumani richiedeva una massiccia dose di creatività o, per dirla in parole povere, una spudorata capacità di arrangiarsi.
Il pubblico giovanile era affamato di storie di emancipazione, di avventure in cui l’adolescente medio, invisibile e impacciato, potesse improvvisamente ergersi a paladino della giustizia, riscattandosi dalle angherie dei bulli scolastici e conquistando la ragazza dei sogni. Era un terreno fertile per storie di “coming of age” condite da elementi fantastici.
Il Canada come Hollywood del Nord
Ed è qui che entra in gioco il Canada. Spesso oscurata dalla vicina e ingombrante Hollywood, l’industria televisiva canadese, in particolare a Toronto, stava iniziando a sfornare prodotti di incredibile successo internazionale. La Sunrise Films, casa di produzione di My Secret Identity (titolo originale della nostra amata serie), operava esattamente in questo clima: budget ristretti ma grande libertà creativa.
Le serie girate in Canada costavano meno, ma dovevano avere un’identità forte per poter essere vendute nel ricco mercato statunitense e, successivamente, in tutto il mondo. Questa necessità di ottimizzare le risorse è stata la vera benzina che ha alimentato il motore di una produzione capace di sopperire alla mancanza di mezzi con trovate di sceneggiatura a dir poco geniali.
Perché il Titolo Il Mio Amico Ultraman Non Ha Alcun Senso
Se c’è un elemento che fa letteralmente impazzire chiunque decida di analizzare questa serie oggi, è l’adattamento italiano. Quando lo show, ideato da Fred Fox Jr. e Brian Levant, debuttò originariamente nell’ottobre del 1988, portava il titolo My Secret Identity. Un titolo pulito, didascalico, inequivocabile: “La mia identità segreta”. Raccontava esattamente il nucleo tematico dello show: un adolescente che deve nascondere al mondo i suoi poteri. Ma quando la serie sbarcò in Italia nel novembre del 1990 su Italia 1, accadde qualcosa di meravigliosamente folle.

Una Storia di Fantasia Sregolata
La televisione italiana di quegli anni, in particolare le reti Fininvest (oggi Mediaset), applicava strategie di marketing spesso aggressive e spregiudicate. I responsabili del palinsesto sapevano che i bambini e i ragazzi italiani erano attratti da parole d’impatto, possibilmente legate a franchise già noti o concetti esotici. Ecco quindi che i titolisti nostrani, in un volo pindarico di rara audacia, decisero di ribattezzare la serie Il mio amico Ultraman.
Chi era il vero Ultraman?
Per chiunque abbia un minimo di infarinatura nerd, l’errore è marchiano, quasi doloroso. Ultraman è una vera e propria istituzione in Giappone, un franchise immenso nato negli anni ’60 per mano di Eiji Tsuburaya. Parliamo del genere tokusatsu, quello dei giganti alieni argentati e rossi che atterrano sulla Terra per prendere a pugni e calci rotanti i kaiju, mostri giganteschi in stile Godzilla, distruggendo sistematicamente modellini di Tokyo in cartapesta.

Cosa c’entrava tutto questo con Andrew Clements, un quattordicenne in borghese che vive in un tranquillo sobborgo residenziale canadese e vola spruzzando deodorante? Assolutamente nulla. Niente alieni, niente giganti, niente mostri radioattivi.
Fabrizio Manfredi e le frasi inventate
La genesi di questa scelta scellerata risiede in un dettaglio microscopico. Nei primissimi episodi in lingua originale, il giovane Andrew prova a scegliere per sé un nome da supereroe, e menziona fugacemente “Ultraman” per poi scartarlo e tornare semplicemente alla sua identità . Questo flebile appiglio fu sufficiente per i responsabili dell’adattamento italiano per giustificare il nuovo titolo.
Ma la forzatura non si fermò alla copertina. L’intera sala di doppiaggio fu costretta a piegarsi a questa narrazione inesistente. Il bravissimo Fabrizio Manfredi, voce italiana di Andrew, fu obbligato per stagioni intere a urlare a squarciagola frasi del tipo: “Io invoco la mia super forza, la forza di Ultraman!”, spesso muovendo le labbra su espressioni originali che dicevano tutt’altro o, peggio, riempiendo dei silenzi dell’attore. Una riscrittura dei dialoghi vera e propria, aggiunta esclusivamente per mantenere in piedi il castello di carte di un titolo nato per puro, sfrenato e insensato calcolo di marketing.
Il Mio Amico Ultraman e l’anatomia di un Supereroe Fai-da-Te
Ma togliamoci dalla testa i giganti giapponesi e torniamo al cuore della storia. La premessa della serie, vista con gli occhi di un adulto del ventunesimo secolo, è un mix esplosivo di nostalgia canaglia e inquietudine sociale latente.

La genesi di Andrew Clements
Andrew Clements (interpretato da Jerry O’Connell) è il classico adolescente medio americano (sebbene fossimo in Canada). Vive con una madre affettuosa ma spesso assente per lavoro, Stephanie, e una sorella minore, Erin. Per racimolare qualche dollaro, Andrew fa lavoretti nel vicinato, tra cui tagliare il prato del suo vicino di casa: il dottor Benjamin Marion, noto a tutti semplicemente come Dottor J (un magistrale Derek McGrath).
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🔔 Iscriviti al canaleIl Dottor J non è il classico medico di base. È uno scienziato eccentrico, scapolo, sulla cinquantina, che trascorre le sue giornate rintanato nel seminterrato della sua villetta a schiera assemblando improbabili macchinari. Un bel giorno, con la proverbiale tempistica dei disastri televisivi, Andrew entra nel laboratorio proprio nel momento esatto in cui il Dottor J sta testando un “raggio fotonico”. Il ragazzo viene investito in pieno dall’energia, sviene e si risveglia il giorno dopo con la capacità di levitare sopra le lenzuola.
Scienziato Pazzo o Figura Paterna?
Fermiamoci un attimo a riflettere su questa dinamica, perché è qui che la serie mostra tutta la sua meravigliosa, candida ingenuità figlia di un’epoca irripetibile.

Cosa penserebbero i servizi sociali di oggi?
Oggi, una sinossi del genere non supererebbe nemmeno la prima lettura da parte di un network televisivo senza far scattare mille campanelli d’allarme. Abbiamo un cinquantenne scapolo che conduce esperimenti non autorizzati in una zona residenziale. Un minorenne entra in casa sua, viene irradiato da una fonte di energia sconosciuta e perde i sensi. La reazione logica di un adulto sano di mente? Chiamare immediatamente il 911, avvisare la madre del ragazzo, prepararsi a una pioggia di cause legali e, con ogni probabilità , all’arresto.
Cosa fa invece il nostro Dottor J? Assolutamente niente di tutto questo. I due decidono di mantenere il segreto. Da quel giorno in poi, il quattordicenne trascorre gran parte dei suoi pomeriggi chiuso nel seminterrato del vicino adulto. Se non fosse una commedia degli anni ’80, sembrerebbe l’incipit di un documentario true crime molto disturbante.
Ritorno al Futuro e la formula vincente
Fortunatamente, l’atmosfera dello show era intrisa di una dolcezza e di una moralità solidissima. Gli autori si stavano palesemente, e intelligentemente, ispirando alla dinamica che pochissimi anni prima aveva sbancato i botteghini di tutto il mondo: Ritorno al Futuro. Il rapporto tra il Dottor J e Andrew era il ricalco televisivo di quello tra Doc Brown e Marty McFly.

Il Dottor J non aveva secondi fini oscuri. Al contrario, colmava un vuoto emotivo nella vita del ragazzo: era la figura paterna che Andrew non aveva. Era sbadato, goffo nei rapporti sociali, ma dotato di un cuore d’oro e di un sincero affetto protettivo verso quel ragazzino che, improvvisamente, si ritrovava a dover gestire responsabilità ben più grandi del previsto. Questa dinamica interpersonale, prima ancora dei superpoteri, era il vero collante che teneva il pubblico incollato allo schermo, puntata dopo puntata.
Effetti Speciali a Costo Zero per Il Mio Amico Ultraman
Come si è detto, la Sunrise Films non disponeva dei milioni di dollari della Warner Bros o della nascente macchina dei blockbuster americani. Creare uno show televisivo in cui il protagonista vola e usa superpoteri in ogni episodio era un suicidio finanziario annunciato. E invece, la produzione ha trasformato questo gigantesco limite in uno dei marchi di fabbrica più iconici e ricordati della storia della TV per ragazzi.

La gravità come limite e la lacca come soluzione
Se non hai i soldi per far volare un personaggio come Superman, con complesse imbracature, carrelli mobili ed effetti di vento prolungati, l’unica soluzione è limitare i suoi poteri alla radice, inserendo queste limitazioni direttamente nella sceneggiatura.
Il raggio fotonico aveva donato ad Andrew l’invulnerabilità (fondamentale per non farlo morire al primo urto) e la super velocità . Ma per quanto riguardava il volo, la mutazione aveva una grave pecca: aveva annullato il peso corporeo del ragazzo, permettendogli di levitare verso l’alto, ma non gli aveva fornito alcuna propulsione. In sostanza, Andrew poteva sollevarsi da terra come un palloncino, ma non poteva decidere dove andare, diventando in balia delle correnti d’aria.
L’invenzione del volo “a propulsione cosmetica”
Ed ecco l’intuizione che vale da sola un premio Emmy per la genialità pratica: le bombolette spray. Per spostarsi orizzontalmente a mezz’aria, Andrew doveva portare sempre con sé due normalissime bombolette di lacca per capelli o di vernice spray. Spruzzandole all’indietro, sfruttava il principio di azione e reazione per darsi la spinta, governando la sua traiettoria aerea in stile Iron Man (decenni prima che Tony Stark perfezionasse i suoi repulsori).
Visivamente, era una gag esilarante, ma produttivamente era un capolavoro di risparmio. I registi potevano inquadrare l’attore sospeso in verticale a un semplice e singolo filo, fargli agitare le bombolette fumanti e, usando la rudimentale tecnica del chroma key (l’antenato del moderno green screen), incollarlo su fondali in movimento girati in precedenza. Il risultato era posticcio, evidente, ma dotato di un fascino artigianale irresistibile.
Come vincere premi con le “nozze coi fichi secchi”
Questa sfacciata necessità di fare di necessità virtù funzionò a meraviglia. Il pubblico adorava l’estetica lo-fi dei poteri di Andrew, perché li rendeva “terreni” e vicini alla realtà quotidiana. Se Superman era un dio irraggiungibile, Andrew era un ragazzo che si doveva comprare la lacca al supermercato per andare a combattere il crimine (o, più spesso, per recuperare gattini sugli alberi o fare colpo su una compagna di classe).
L’impatto fu tale che nel 1989, contro ogni pronostico di fronte ai giganti dell’intrattenimento, My Secret Identity vinse l’International Emmy Award per l’eccellenza nella programmazione televisiva per ragazzi e giovani adulti. Avevano letteralmente fatto le nozze coi fichi secchi e ne erano usciti con la medaglia d’oro al collo.
Il problema della pubertà in Il mio amico Ultraman
Scegliere un cast adolescente per una serie destinata a durare anni è sempre un terno al lotto. Madre Natura e la pubertà sono avversari contro cui nessuna sceneggiatura può nulla, e la produzione di My Secret Identity dovette impararlo a proprie spese in modo piuttosto drastico.

Da ragazzino paffuto di Stand by Me a sex symbol per teenager
Quando fu scritturato nel 1988 all’età di soli 14 anni, Jerry O’Connell era già un volto noto e amato. Il mondo lo aveva pianto e adorato nel ruolo di Vern Tessio, il ragazzino insicuro, un po’ impacciato e cicciottello del capolavoro assoluto Stand by Me – Ricordo di un’estate (tratto dal romanzo The Body di Stephen King). All’inizio delle riprese della serie, O’Connell manteneva ancora quell’aura da nerd goffo, perfetto per il ruolo di un quattordicenne che fatica a trovare il suo posto nel mondo.
Ma il tempo passa. E tra la prima e la terza stagione, l’attore subì un glow up fisico semplicemente devastante. Nel giro di un paio d’anni solari, Jerry O’Connell crebbe a dismisura in altezza, avvicinandosi al metro e novanta, sviluppando spalle larghe, una mascella volitiva e un fisico scultoreo da atleta consumato. Di colpo, non era più il ragazzino che i bulli chiudevano nell’armadietto; era diventato il ragazzo per cui le adolescenti di tutto il Nord America iniziavano a tappezzare le pareti delle proprie stanze.
Il secondo raggio fotonico
La situazione era insostenibile dal punto di vista narrativo. Non potevi più vendere al pubblico l’idea che Andrew fosse un emarginato deboluccio quando l’attore aveva il fisico di un quarterback titolare del college. E ancora una volta, la follia creativa degli autori corse ai ripari.
Nella seconda stagione, si decise di cambiare le carte in tavola. Come? Con un espediente tanto banale quanto efficace: il Dottor J, a dimostrazione del fatto che la prudenza non era mai stata il suo forte, riesce nell’impresa di irradiare Andrew una seconda volta con il raggio fotonico. Questo incidente causa una mutazione genetica dei poteri del ragazzo.
Il Mio Amico Ultraman e la maturitÃ
Il “nuovo” Andrew ottiene la super forza (che serviva meravigliosamente a giustificare i muscoli reali che l’attore stava mettendo su), ma per bilanciare il tutto, perde l’invulnerabilità originaria. Viene inoltre introdotta una debolezza specifica, una sorta di Kryptonite personale: l’esposizione alle onde elettromagnetiche e ai raggi X inizia ad annullargli i poteri istantaneamente, lasciandolo vulnerabile.
Questo cambiamento non fu solo fisico, ma anche tematico. La serie subì una virata verso argomenti più maturi. L’introduzione del personaggio di Kirk Stevens (interpretato da Christopher Bolton), l’amico del cuore, permise di spostare l’attenzione su tematiche più adolescenziali classiche: le avventure sentimentali, l’indipendenza, la responsabilità delle proprie azioni man mano che ci si avvicina all’età adulta. Purtroppo, nonostante questa interessante evoluzione, lo show fu improvvisamente cancellato nel 1991, lasciando il pubblico con un finale aperto e un senso di compiutezza mai del tutto raggiunto.
Che Fine Hanno Fatto i Protagonisti?
Spegnere le luci del laboratorio del Dottor J ha significato per molti di noi la fine di un’era. Ma cosa è successo a quegli attori che hanno reso i nostri pomeriggi così magici e pieni di lacca spray?

La voce della nostra infanzia proviene da Il Mio Amico Ultraman
Derek McGrath, classe 1951, non ha mai smesso di lavorare, dimostrandosi uno dei più prolifici e duttili caratteristi del panorama nordamericano. Dopo aver smesso i panni da scienziato pazzo, ha trovato la sua vera vocazione d’oro sfruttando le sue innegabili doti vocali. McGrath si è trasformato in uno dei doppiatori più richiesti, prestando la voce a decine e decine di produzioni animate storiche. Sapevate che c’è anche la sua voce dietro le avventure dell’Ispettore Gadget o tra i simpatici elefanti di Babar?
Negli anni più recenti, ha ritrovato un enorme successo sullo schermo grazie alla fortunatissima e intelligente commedia canadese Little Mosque on the Prairie (La piccola moschea nella prateria), confermandosi, a oltre 70 anni, un’icona rispettatissima e immensamente amata della TV del suo paese.
Dai viaggi paralleli a The Big Bang Theory
Il destino di Jerry O’Connell è stato invece molto più esplosivo e globale. Una volta liberatosi dalle bombolette a reazione, era pronto a conquistare Hollywood, e l’ha fatto. Negli anni ’90 è diventato il volto iconico di un’altra amatissima serie di fantascienza cult: Sliders (nota in Italia come I Viaggiatori), dove interpretava Quinn Mallory, scivolando tra dimensioni parallele.

Al cinema si è tolto soddisfazioni enormi, ritagliandosi ruoli memorabili come il giocatore di football spocchioso e traditore al fianco di Tom Cruise nel capolavoro generazionale Jerry Maguire, o lo sfortunato Derek, vittima predestinata in Scream 2. Dal punto di vista personale, nel 2007 ha sposato l’attrice Rebecca Romijn (celebre per essere stata la letale e affascinante Mystica mutaverde nella prima trilogia cinematografica degli X-Men), formando a tutt’oggi una delle coppie più longeve, sorridenti e invidiate dell’intera Hollywood.
Un cerchio nerd che si chiude
Ma la vera chicca finale della sua carriera riguarda The Big Bang Theory. È un dettaglio capace di commuovere gli amanti della cultura pop. Circolano diverse voci e leggende metropolitane a riguardo. Tuttavia, i ragazzi di Pasadena non citano mai direttamente Il mio amico Ultraman nello show. Eppure, il legame esiste ed è profondamente “carnale”.
L’undicesima stagione è andata in onda nel 2018. In quel momento, gli autori si trovarono davanti a un ostacolo importante. Serviva un attore per il volto adulto di George Cooper Jr. Parliamo del fratello maggiore del brillante e insopportabile Sheldon Cooper. Questo ruolo richiedeva grande carisma e una fisicità imponente per contrastare l’esile Jim Parsons. Serviva inoltre una naturale propensione per la commedia nerd.
Jerry O’Connell e Il Mio Amico Ultraman
L’ex ragazzino paffuto di Stand by Me era cresciuto. Il quattordicenne che fluttuava spruzzando vernice fresca entrava trionfalmente nella serie simbolo dell’orgoglio nerd. Questo cerchio narrativo si chiude in modo poeticamente perfetto. O’Connell viene così consacrato come un’icona immortale del nostro immaginario collettivo.

Le luci sfumano su questa lunga analisi, ma una consapevolezza rimane viva. Certe opere del passato, seppur create con mezzi limitati, possedevano un’anima rara. I kolossal moderni faticano spesso a replicare questa atmosfera. Una magia fatta di ingenuità , fantasia sfrenata e tanta, tantissima lacca per capelli.
E voi?
Quante volte vi siete lanciati dal divano del salotto sperando di fluttuare, come Il mio Amico Ultraman, magari stringendo forte tra le mani un deodorante rubato dal bagno dei vostri genitori? Quanti di voi si ricordavano di questa perla televisiva sepolta tra i ricordi degli anni ’80? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto!
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