Ci sono film che ti intrattengono, film che ti impressionano e poi ci sono quelli che, a distanza di anni, continuano a guardarti dritto negli occhi come se non avessero mai smesso di parlare del presente. Perfect Blue è uno di questi. Un thriller psicologico che non si limita a raccontare una storia, ma scava, insiste, ti mette a disagio e poi ti chiede: sei davvero sicuro di essere solo uno spettatore?
Uscito nel 1998 e diretto da Satoshi Kon, Perfect Blue non è solo un cult dell’animazione giapponese. È un’opera che ha anticipato ossessioni, derive e violenze della cultura pop contemporanea con una lucidità che oggi fa quasi paura. La sua recente riproposizione al cinema è stata l’occasione perfetta per (ri)scoprire un film che non ha perso un grammo della sua forza.
Perfect Blue è un thriller che non chiede il permesso
Perfect Blue è, prima di tutto, un thriller al cardiopalma. Ma ridurlo a una semplice etichetta di genere sarebbe un errore. Il film di Satoshi Kon utilizza le regole del thriller solo come punto di partenza, per poi smontarle, contaminarle e piegarle a un discorso molto più ampio sull’identità, sull’immagine e sulla violenza dello sguardo.

Fin dai primi minuti, il film comunica una sensazione precisa: qualcosa non è al posto giusto. Non c’è mai un vero momento di conforto, nemmeno nelle scene apparentemente più innocue. Ogni inquadratura, ogni scelta narrativa sembra lavorare per destabilizzare lo spettatore, preparando il terreno a una discesa sempre più profonda nella psiche della protagonista.
Questa inquietudine non è mai gratuita. È costruita con una precisione chirurgica, fatta di dettagli che all’inizio sembrano irrilevanti e che, col passare dei minuti, assumono un peso sempre maggiore. Perfect Blue non ti spaventa con i colpi di scena improvvisi, ma con l’idea costante che la realtà, da un momento all’altro, possa smettere di essere affidabile.
Satoshi Kon e il peso di un’eredità immensa in Perfect Blue
Parlare di Perfect Blue significa inevitabilmente parlare di Satoshi Kon. Un autore che, nonostante una carriera tragicamente breve, ha lasciato un’impronta indelebile nel cinema d’animazione e non solo.
In Occidente, Kon ha raggiunto un riconoscimento critico paragonabile a quello di Hayao Miyazaki, ma rivolto a un pubblico molto diverso. Dove Miyazaki incanta con mondi fiabeschi e poetici, Kon affonda le mani nel disagio, nella frammentazione dell’identità e nelle contraddizioni della modernità.

Un’influenza che va oltre l’animazione
L’impatto di Perfect Blue è stato enorme anche fuori dal Giappone. Darren Aronofsky ha più volte dichiarato il debito del suo Il cigno nero nei confronti del film di Kon, arrivando persino a ricrearne alcune inquadrature in modo quasi speculare.
Come Ghost in the Shell ha influenzato Matrix, Perfect Blue ha aperto una strada narrativa e visiva che molti hanno percorso dopo, spesso senza riuscire a raggiungere la stessa profondità. È uno di quei film che non si limitano a ispirare: cambiano il modo in cui certi temi possono essere raccontati.
Mima Kirigoe in Perfect Blue è un’identità sotto assedio
Al centro di Perfect Blue c’è Mima Kirigoe, una giovane idol giapponese che decide di lasciare il gruppo pop che l’ha resa famosa per tentare la carriera di attrice. Una scelta che, sulla carta, dovrebbe rappresentare una crescita professionale. Nella realtà del film, diventa l’inizio di un incubo.

Il palco come gabbia dorata
Il film si apre con Mima sul palco insieme alle CHAM!, davanti a un pubblico di fan silenziosi, immobili, armati di macchine fotografiche. Non è l’immagine festosa e colorata che ci si aspetterebbe da un concerto idol. C’è qualcosa di freddo, quasi clinico, in quello sguardo collettivo puntato su di lei.
Quando alcuni disturbatori iniziano a lanciare oggetti sul palco, Mima li evita con una naturalezza inquietante. È un gesto piccolo, ma rivelatore: suggerisce che quella violenza, anche se “leggera”, fa già parte della normalità.
Il momento in cui Mima cerca di calmare il pubblico con la sola forza della sua voce è quasi fiabesco, ma anche profondamente tragico. È la dimostrazione di quanto sia ingenua la sua fiducia nel potere dell’immagine che rappresenta.
Il fandom in Perfect Blue come presenza minacciosa
Uno degli aspetti più disturbanti di Perfect Blue è la sua rappresentazione del fandom. Un tema che, nel 1998, era già rilevante, ma che oggi appare quasi profetico. Mamoru Uchida, il fan più ossessionato di Mima, incarna tutti gli aspetti più tossici della cultura del fandom. Non ama Mima come persona, ma come idea. Come immagine cristallizzata, immutabile.

Guarda il nostro ultimo video
🔔 Iscriviti al canaleMamoru Uchida e l’ossessione che divora
Per lui, la decisione di Mima di cambiare carriera non è una scelta personale, ma un tradimento. È la rottura di un patto mai firmato, ma dato per scontato. Mamoru non concepisce che l’oggetto della sua adorazione possa avere una volontà propria.
Questa dinamica, mostrata con una lucidità impressionante, anticipa molte delle discussioni contemporanee sul rapporto tra celebrità e pubblico, sulla cultura del possesso e sull’illusione di intimità creata dai media
Internet in Perfect Blue, una minaccia ancora giovane
Nel film, Mima scopre l’esistenza di un sito web che racconta la sua vita nei minimi dettagli. Un diario digitale che sembra conoscerla meglio di quanto lei conosca se stessa.
C’è quasi un’ironia involontaria nel vedere una protagonista che non capisce davvero come funzioni internet. Eppure, proprio questa ingenuità rende la storia ancora più disturbante. Mima apre una porta su un mondo che non sa come controllare, e che inizia immediatamente a sfuggirle di mano.
I meccanismi di abuso, sorveglianza e ossessione messi in scena da Perfect Blue sono ancora oggi perfettamente riconoscibili. Cambiano le piattaforme, ma non le dinamiche.
Un gioco mentale senza tregua
Arrivati circa a metà film, Perfect Blue cambia passo. Il thriller diventa un vero e proprio gioco mentale, in cui la distinzione tra realtà e allucinazione si fa sempre più sottile. Atti di violenza iniziano a colpire le persone intorno a Mima. A questo punto, il film pone una domanda fondamentale: è lo stalker il responsabile? O Mima sta perdendo il controllo della propria mente?

Kon costruisce il racconto come un labirinto di depistaggi. Ogni risposta sembra aprire nuove domande, e lo spettatore è costantemente costretto a rimettere in discussione ciò che crede di aver capito. Questa incertezza non è un limite, ma la forza stessa del film. Perfect Blue non vuole essere risolto facilmente. Vuole lasciare cicatrici.
Tecnica e messa in scena, le luci e ombre in Perfect Blue
Dal punto di vista visivo, Perfect Blue non è sempre impeccabile. L’animazione è straordinaria nei momenti chiave, ma alcuni fondali e scelte di character design risultano meno memorabili rispetto ad altri capolavori dello Studio Madhouse.

Il suono come arma narrativa
Dove il film eccelle senza riserve è nel comparto sonoro. Il sound design è immersivo, calibrato, capace di aumentare la tensione anche nelle scene più statiche.
Non ci sono brani che restano impressi come hit, ma ogni suono è funzionale al racconto. I rumori, le pause, i silenzi lavorano insieme per creare un’atmosfera soffocante che accompagna lo spettatore fino all’ultima scena.
Il rosso contro il blu, una lettura simbolica di Perfect Blue
Il titolo Perfect Blue suggerisce un colore che, paradossalmente, non domina mai davvero le immagini. Il blu rappresenta un ideale astratto: purezza, controllo, distanza emotiva. Il rosso, invece, invade il film.

Il rosso come ritorno del corpo
È il sangue, certo, ma anche la carne, il desiderio, la colpa. È la realtà che irrompe quando l’immagine perfetta si incrina. Ogni volta che l’identità costruita di Mima vacilla, il rosso prende spazio. Non è un semplice elemento visivo, ma un segnale. Un avvertimento. Indica che il confine tra immagine e corpo, tra finzione e realtà, si sta sgretolando.
Una soglia senza appigli in Perfect Blue
Il rosso diventa anche un colore di soglia. Uno spazio intermedio in cui le categorie smettono di funzionare. In quei momenti, lo spettatore perde orientamento, proprio come Mima. È una violenza che spesso precede quella fisica. La violenza dello sguardo, del giudizio, del consumo dell’immagine.
L’impatto culturale di Perfect Blue
A distanza di oltre vent’anni, Perfect Blue continua a essere un film necessario. Non solo per la sua qualità artistica, ma per ciò che dice sul nostro rapporto con le immagini, con la fama e con l’ossessione. È un film che parla di idol, ma anche di attori, influencer, streamer. Di chiunque viva sotto lo sguardo costante di un pubblico che pretende autenticità, ma solo alle proprie condizioni.

Perfect Blue è un film che non invecchia perché non smette di colpire nervi scoperti. È una discesa nell’ossessione, nella perdita di controllo e nella violenza silenziosa che accompagna il successo mediatico.
Non è una visione facile, né rassicurante. Ma è proprio per questo che resta impressa. Perché non si limita a raccontare una storia: costringe a guardarsi allo specchio. E quando i titoli di coda scorrono, resta una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. Quella di aver assistito a qualcosa di profondamente vero, anche nella sua follia.
Voto: 9
E ora tocca a te: che impressione ti ha fatto? Facci sapere cosa ne pensi qui nei commenti e non dimenticare: iscriviti subito al canale YouTube per non perderti le nostre prossime analisi definitive sui capolavori del cinema e serie TV e ricordati di visitare anche il nostro canale tech.









