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Riassunto
Shigeru Miyamoto riceverà l’Ordine della Cultura giapponese e diventerà il primo esponente dell’industria dei videogiochi a ottenere questa onorificenza. La decisione è stata annunciata il 23 ottobre 2026; la consegna è prevista per il 3 novembre, durante la Giornata della Cultura, al Palazzo Imperiale di Tokyo.
È una notizia che parla a chiunque abbia imparato a saltare con Mario o si sia perso in un’avventura di Zelda. Non perché un premio debba convincerci che quei ricordi contano, ma perché riconosce pubblicamente il contributo di una persona che ha aiutato il videogioco a diventare un linguaggio condiviso. E il modo in cui Miyamoto ha accolto il riconoscimento racconta molto della sua idea di lavoro.
Miyamoto sarà il primo del settore a ricevere questo onore
L’Ordine della Cultura è una delle onorificenze più prestigiose del Giappone ed è destinato a chi ha contribuito in maniera significativa allo sviluppo culturale del Paese, in campi che comprendono arti e scienze. Il riconoscimento fu istituito nel 1937. Miyamoto figura tra gli otto destinatari annunciati per il 2026.
La scelta è già stata comunicata mentre la cerimonia deve ancora svolgersi. È una distinzione semplice ma importante: non stiamo raccontando un evento già celebrato al Palazzo Imperiale. L’appuntamento del 3 novembre sarà il momento della consegna da parte dell’imperatore.
Per il mondo dei videogiochi, il significato va oltre una nuova voce nell’elenco dei premi personali. Il nome di un autore legato a esperienze interattive entra in uno spazio tradizionalmente associato ad altre forme del sapere e della creazione. È un passaggio simbolico forte, che invita a guardare il gioco anche attraverso ciò che lascia nella vita quotidiana.
Questo non trasforma ogni videogioco in un capolavoro e non chiude le discussioni su come il settore dovrebbe crescere. Offre però un’occasione per parlare delle idee dietro ai prodotti, delle persone che le realizzano e del modo in cui un gesto apparentemente semplice può entrare nella memoria di milioni di giocatori.
Da Donkey Kong a Zelda una carriera che supera il singolo gioco
Miyamoto è entrato in Nintendo nel 1977 e oggi ricopre il ruolo di Representative Director ed Executive Fellow. Il suo percorso attraversa Donkey Kong, Super Mario Bros e The Legend of Zelda, per arrivare a esperienze come Pikmin, Wii Sports e Wii Fit. Sono nomi diversi, legati a momenti e pubblici differenti.
Ridurre quella storia a un elenco di successi, però, rischia di far perdere la parte più interessante. Un salto leggibile, una scoperta che nasce dalla curiosità, un’interazione comprensibile anche a chi non usa abitualmente un controller: sono problemi di progettazione. Richiedono prove, correzioni e attenzione verso chi si troverà dall’altra parte dello schermo.
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Il contributo di Miyamoto non coincide con l’idea dell’autore solitario. Nel commentare il premio ha voluto riconoscere il lavoro delle molte persone con cui ha collaborato, presentandosi come loro rappresentante. Un punto che merita spazio quanto i personaggi più celebri, perché nessuna grande produzione prende forma grazie a una sola coppia di mani.
Artisti, programmatori, compositori e designer trasformano una direzione creativa in un’esperienza concreta. Ricordarlo non riduce il valore di chi ha guidato un progetto: aiuta a capirlo meglio. Una buona idea deve anche trovare un ambiente capace di metterla alla prova, cambiarla quando serve e accompagnarla fino al pubblico.

Quando il gioco entra in casa e attraversa le generazioni
Nella conferenza organizzata a Kyoto, Miyamoto ha insistito sull’interesse per esperienze capaci di coinvolgere anche persone che non si considerano giocatori. Ha parlato del rapporto con la vita di tutti i giorni e della possibilità di trovare nello stesso nucleo familiare più generazioni cresciute con i videogiochi.
È una prospettiva che si comprende facilmente pensando a una partita condivisa. Chi conosce già le regole impara a spiegarle; chi parte da zero prova, sbaglia e capisce come migliorare. In quei minuti il valore dell’esperienza non dipende soltanto dal risultato finale, ma da quello che le persone riescono a fare insieme.
La capacità di rendere un’interazione chiara non è quindi un dettaglio secondario. Un comando confuso può tenere qualcuno fuori, una risposta immediata può invitarlo a tentare ancora. Spesso diamo per scontate proprio le soluzioni che funzionano meglio, perché non ci costringono a fermarci a chiedere come usarle.
Qui il discorso culturale diventa concreto. I videogiochi costruiscono abitudini, modi di osservare e occasioni di incontro. Possono essere impegnativi o immediati, competitivi o tranquilli. Riconoscere il loro valore non significa assegnare la stessa importanza a ogni titolo, ma considerare seriamente questa varietà e le scelte che la rendono possibile.
Anche per chi gioca da anni, il premio può diventare un buon motivo per tornare a osservare ciò che normalmente attraversa di corsa. Come viene introdotta una regola? Perché una stanza invita a esplorare? In quale momento un ostacolo smette di essere un fastidio e diventa una sfida desiderabile? Sono domande che permettono di apprezzare il lavoro creativo oltre la nostalgia.
Il patrimonio Nintendo si può raccontare anche fuori dallo schermo
La carriera di Miyamoto si è estesa anche a cinema e parchi tematici. Questo ampliamento non sostituisce il videogioco: offre altri punti di accesso a personaggi e mondi che hanno già una propria storia. Qualcuno può incontrarli prima in un film e scoprire soltanto dopo da quali esperienze interattive provengano.
Un altro esempio è il Nintendo Museum di Uji, aperto nel 2024 e presentato al pubblico anche attraverso un tour con Miyamoto. Il museo ripercorre l’intrattenimento proposto dall’azienda attraverso prodotti, oggetti ed esperienze, mettendo in relazione le origini legate alle carte con le generazioni delle console. Le immagini che accompagnano questo articolo mostrano quel patrimonio, non la futura cerimonia del premio.
Conservare oggetti e confezioni aiuta a rendere visibile una storia che altrimenti rischia di restare legata soltanto ai ricordi individuali. Ma il videogioco pone anche una domanda ulteriore: come raccontare ciò che si prova interagendo? Guardare un controller in una vetrina e capire perché un certo comando funzionava così bene sono esperienze complementari.
È proprio questa combinazione tra oggetti, idee e partecipazione a rendere interessante il riconoscimento a Miyamoto. Un personaggio può diventare un’icona, ma il suo significato cresce anche attraverso quello che ci lascia fare. Il salto, l’esplorazione e la sorpresa non sono soltanto immagini: sono azioni nelle quali il giocatore ha una parte.
Il 3 novembre sarà dunque un appuntamento da ricordare. Non serve trasformarlo in una gara tra forme di intrattenimento per apprezzarne il peso. Basta riconoscere che una parte della nostra storia di giocatori è entrata, attraverso uno dei suoi protagonisti, in un racconto culturale più ampio.
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