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Riassunto
Se c’è una voce che risuona nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta di milioni di italiani, quella è senza ombra di dubbio la voce di Gianluca Iacono. È una voce che porta con sé l’orgoglio di una stirpe guerriera, la rabbia di uno chef stellato e, talvolta, la stanchezza di un eroe di Skyrim che si risveglia su un carro in mezzo al nulla.
Ospite d’onore del primo, scoppiettante episodio del Top Night Podcast, condotto dai due Andrea, Iacono si è seduto (virtualmente) in poltrona non solo come il doppiatore di Vegeta, ma come un artista a tutto tondo, un uomo che ha attraversato decenni di storia dell’intrattenimento italiano, dai radiodrammi della RAI fino ai palcoscenici teatrali contemporanei.
Quello che segue non è un semplice riassunto. È un viaggio epico, dettagliato e a tratti esilarante attraverso la vita e la carriera di uno dei professionisti più amati del nostro paese. Preparatevi, mettetevi comodi e alzate il volume delle vostre casse mentali: stiamo per entrare nel mondo di Gianluca Iacono.
L’Uomo dietro il Principe dei Saiyan: Oltre la Maschera
Spesso commettiamo l’errore di identificare il doppiatore esclusivamente con il suo personaggio più celebre. Vediamo Gianluca Iacono e pensiamo subito ai capelli a fiamma neri, all’aura dorata e al Final Flash. Ma durante il podcast, emerge fin dai primi minuti una figura molto più complessa e sfaccettata. Gianluca non è “solo” Vegeta. È un professionista che vive un momento d’oro, una fase della vita che lui stesso definisce “buona”, cosa non scontata in un mondo frenetico e spesso ingrato come quello dello spettacolo.
Attualmente, Iacono è un turbine di attività. Tra un turno di doppiaggio e l’altro, si destreggia tra progetti che spaziano dall’animazione giapponese ai reality show culinari più feroci del pianeta. È la voce di Aizawa in My Hero Academia, il professore disilluso che tutti vorremmo avere (o forse no?), ma è anche impegnato nel monumentale remake di One Piece per Netflix. Qui, la faccenda si fa interessante: Iacono confessa di doppiare un “personaggio grosso, importante e cattivo”, ma il segreto professionale gli impedisce di fare nomi. Questo alone di mistero non fa che accrescere l’hype, lasciando intendere che la sua impronta vocale continuerà a definire i villain (e non solo) per gli anni a venire.

Ma c’è un altro lato della medaglia, quello più “terreno” e sfrigolante: Gordon Ramsay. Da circa 17 o 18 anni, Iacono presta la voce allo chef più irascibile della TV in Hell’s Kitchen e MasterChef USA. È un rapporto simbiotico, quasi terapeutico. Immaginate di tornare a casa dopo una giornata storta, magari qualcuno vi ha tamponato l’auto o avete pestato un piede in fallo. Per la maggior parte di noi, la rabbia si accumula. Per Gianluca, la rabbia diventa lavoro. Entrare in cabina, urlare “IT’S RAW!” (o la sua controparte italiana) e insultare aspiranti chef per ore è, a suo dire, un modo fantastico per sfogare le tossine accumulate. Non c’è bisogno dello psicologo quando puoi essere Gordon Ramsay per qualche ora a settimana. È una catarsi professionale che pochi possono vantare.
In questo calderone di impegni, trova anche il tempo per progetti più personali e sperimentali, come il podcast “Fucina Viola” o le collaborazioni con altri creatori di contenuti. La sua vita è un continuo bilanciamento tra l’essere una voce iconica e l’essere un attore che cerca costantemente nuove sfide, dimostrando che non ci si può mai sedere sugli allori, nemmeno se sei il Principe dei Saiyan.
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Le Origini: Da Torino con Furore (e un Mangianastri)
Per capire dove stiamo andando, dobbiamo capire da dove veniamo. E Gianluca Iacono viene da una Torino dei primi anni ’80, un’epoca analogica fatta di nastri magnetici e sogni analogici. Non c’erano computer, non c’erano software di editing digitale, e non c’erano microfoni USB da collegare al volo. C’era, però, un bambino con un registratore mangianastri.
Il racconto delle sue origini è intriso di quella nostalgia genuina di chi si è costruito da solo. Già a dieci anni, il piccolo Gianluca sentiva il bisogno irreprimibile di registrare la sua voce, di fare facce, di creare personaggi. Non aveva il Commodore 64 o il Vic-20, i videogiochi che hanno definito quella generazione; lui aveva la voce e un registratore che probabilmente pesava quanto lui. Ma il destino, si sa, ha un senso dell’umorismo tutto suo e spesso si manifesta nei luoghi più impensabili. Per Iacono, il destino si è manifestato in una corsia d’ospedale.

Il primo passo verso il doppiaggio…
Sua madre era ricoverata e, per una coincidenza astrale degna di una sceneggiatura, la vicina di letto era un’attrice. La madre di Gianluca, con l’orgoglio tipico delle madri, spinse il figlio a esibirsi: “Mio figlio legge bene, fagli sentire una poesia!”. Immaginate la scena: un ragazzino di 11 anni, minuto, alto un metro e una vigorsol, che legge una poesia con un accento torinese talmente marcato da far impallidire la Luciana Littizzetto dei tempi d’oro. Le vocali aperte dove dovevano essere chiuse, la cadenza tipica sabauda… eppure, c’era qualcosa. L’attrice vide oltre l’accento. Vide il talento, la mancanza di timidezza, la voglia di comunicare. Il verdetto fu inappellabile: “Deve fare dizione”.
Quello fu il punto di svolta. I genitori di Gianluca, operai che conoscevano il valore del sacrificio, decisero di investire nel talento del figlio. Lo iscrissero al “Centro D” di Torino, una scuola di dizione e recitazione che era un’istituzione in città, situata strategicamente di fronte alla sede RAI di Via Verdi. Lì iniziò la trasformazione. Il piccolo Gianluca dovette combattere contro il pregiudizio dei compagni di scuola media (“Ma come parli?”), resistendo come un vero Saiyan agli sfottò per il suo modo di parlare sempre più “pulito” e corretto.
I Radiodrammi Rai e la prima possibilità con Paolo Poli
A 13 anni, nel 1983, arrivò la prima vera occasione. Cercavano voci giovani per i primi doppiaggi destinati alle televisioni private. Una casa di doppiaggio nascente, quella che oggi è la O.D.S. (Operatori Doppiaggio e Spettacolo), gli aprì le porte. Ma non fu solo doppiaggio. Iacono si immerse nel mondo magico dei radiodrammi RAI. Dobbiamo fermarci un attimo a riflettere su cosa fossero i radiodrammi all’epoca: vere e proprie opere teatrali per le orecchie, realizzate in studi immensi, con attori del calibro di Tino Buazzelli o Paolo Poli. Non era solo “leggere un copione”; era recitare con tutto il corpo, trasmettere l’azione attraverso il solo strumento vocale, in un ambiente che trasudava professionalità e arte.
Questo background è fondamentale. Gianluca Iacono non è nato “doppiatore”. È nato attore. Ha studiato recitazione per tre anni prima ancora di capire veramente cosa fosse il doppiaggio. Per lui, il doppiaggio è arrivato come una conseguenza naturale del suo percorso attoriale, non come un fine ultimo. E questa è una distinzione cruciale che permea tutta la sua filosofia lavorativa: il doppiaggio è una specializzazione della recitazione, non un mestiere a sé stante che si impara con un corso online di due settimane.
L’Accento e la Battaglia delle Vocali
Un dettaglio divertente emerso durante il podcast riguarda la lotta sempiterna contro la provenienza geografica. Se nasci in Italia, nasci con un marchio vocale. Per Iacono, il nemico era la “e” aperta torinese, la “o” stretta dove non doveva esserlo, quella cadenza che tradisce le origini pedemontane.

La dizione non è un vezzo, è lo strumento principale del mestiere. È come accordare una chitarra prima di un concerto. Puoi essere Jimi Hendrix, ma se la chitarra è scordata, suonerai male. Iacono ha passato anni a “limare” la sua voce, a renderla uno strumento neutro capace di assumere qualsiasi identità, cancellando il “neh” per far posto all’italiano standard, quello che permette a un attore di essere credibile sia come principe alieno che come chef britannico.
L’Eredità di Paolo Torrisi: Un Maestro, un Mentore, un Padre
Non si può parlare di Gianluca Iacono senza evocare la figura monumentale di Paolo Torrisi (al secolo Maurizio Torresan). Torrisi non era solo la voce di Goku adulto; era il direttore del doppiaggio di Dragon Ball, l’anima pulsante dell’adattamento italiano che ha cresciuto intere generazioni.
Il rapporto tra Iacono e Torrisi va ben oltre la semplice dinamica direttore-attore. Quando Iacono arrivò a Milano alla fine degli anni ’90, era un giovane attore in cerca della sua strada. Torrisi lo accolse e vide in lui qualcosa. Inizialmente, Iacono doppiava personaggi minori in Dragon Ball: il tizio del Fiocco Rosso che dura due battute, l’annunciatore del torneo, Tamburello (con una voce grottesca e irriconoscibile). Era la gavetta, quella vera.
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Poi arrivò il 1999/2000. Arrivarono le videocassette Betamax (sì, quelle enormi) con i nuovi episodi. Torrisi si avvicinò a Iacono e, con la semplicità di chi ti chiede se vuoi un caffè, gli disse: “Senti, mi è arrivato sto personaggio nuovo. Vuoi provare a farlo tu?”. Quel personaggio era Vegeta.
Nessuno, all’epoca, poteva immaginare cosa sarebbe diventato Vegeta. Per Iacono, era “un nano rotto”, un personaggio basso, cattivo, con i capelli strani. Non c’era la consapevolezza che quello sarebbe diventato l’antieroe per eccellenza, il rivale eterno, l’icona pop. Iacono iniziò a doppiarlo con una voce più acuta, più nasale, adatta alla fisionomia iniziale del personaggio. Non sapeva che Vegeta sarebbe “cresciuto”, non tanto in altezza, ma in muscolatura, in spessore drammatico e in carisma. La voce di Iacono è cresciuta con lui, scendendo di tono, acquisendo quella gravitas roca e potente che oggi conosciamo e amiamo.
Torrisi era un mentore in tutto e per tutto. Amava Dragon Ball. Non lo trattava come un “cartone per bambini” da smaltire in fretta. Ci metteva l’anima. Arrivava in studio, spesso con il sigaro in bocca (un dettaglio da film noir), e dirigeva con passione, spiegando le sfumature, incitando gli attori. “Dai, forza, andiamo!”. Era un direttore che ti trascinava dentro la storia.
La morte prematura di Torrisi ha lasciato un vuoto incolmabile, non solo nel cuore dei fan, ma soprattutto in quello di colleghi come Iacono. C’è una malinconia dolce quando Gianluca ne parla, il rispetto per chi gli ha dato la chance della vita e gli ha insegnato che anche un urlo per lanciare un’onda energetica deve avere un’intenzione, un colore, una verità. L’urlo non è solo volume; è disperazione, è orgoglio, è sforzo fisico. E Iacono, di sforzi fisici in cabina, ne ha fatti tanti, arrivando a sfiorare lo svenimento per dare voce alla furia del Principe.
Skyrim e l’Incubo della Carretta: Doppiare i Videogiochi
Se il doppiaggio di un anime o di un film è come recitare con un partner che ti dà la battuta, il doppiaggio dei videogiochi è spesso come recitare bendati in una stanza buia mentre qualcuno ti urla indicazioni criptiche da un’altra stanza.
Iacono è la voce che accoglie il giocatore in The Elder Scrolls V: Skyrim. “Ehi tu, finalmente ti sei svegliato”. Quella frase è diventata un meme globale, un pezzo di storia videoludica. Ma come si arriva a quel risultato? Gianluca ci svela i retroscena tecnici, spesso frustranti, del doppiaggio videoludico.

La differenza fondamentale è la cecità. Nel doppiaggio cinematografico o televisivo, hai l’immagine. Vedi l’attore, vedi l’espressione, vedi il contesto. Nel doppiaggio dei videogiochi, specialmente in titoli enormi come Skyrim con migliaia di linee di dialogo, spesso l’immagine non c’è. O se c’è, è una build provvisoria, abbozzata. L’attore si trova davanti a un’onda sonora (la “waveform”) su un monitor. Deve “stare nel sync” basandosi sulla lunghezza dell’onda audio originale inglese.
Immaginate la difficoltà: dovete dare intensità, emozione e carattere a una frase senza vedere a chi la state dicendo, dove vi trovate o cosa sta succedendo intorno a voi. Tutto è demandato al Project Manager o al Direttore del Doppiaggio, che spesso ha solo un file Excel con delle note di contesto tipo: “Sei su un pianeta alieno, sei ferito, parli con un mercante”. E tu devi fidarti.
In Skyrim, Iacono ha doppiato una quantità spropositata di personaggi. Nordici, elfi, guardie cittadine… Spesso doveva cambiare registro vocale al volo, passando da un tono grave e solenne a uno più leggero o gracchiante, tutto nella stessa sessione di registrazione. E qui entra in gioco la fisicità. Per dare corpo a certe voci, Iacono ammette di gesticolare come un pazzo, di muoversi, di contorcersi. Ma le cabine di doppiaggio non sono palestre. Sono spazi piccoli, insonorizzati. L’aneddoto delle “testate” contro il leggio o contro le pareti non è un’esagerazione comica, è la realtà dolorosa di chi cerca di mettere fisicità in uno spazio che non lo permette.
Missione Tokyo: L’Incontro tra i due Vegeta
Cosa succede quando la voce italiana di Vegeta incontra la voce originale giapponese? È un evento che potrebbe causare una frattura nello spazio-tempo, o quantomeno generare un livello di aura incalcolabile.
Gianluca racconta il suo viaggio in Giappone con gli occhi che brillano ancora di meraviglia. Grazie a un’agenzia, si è trovato a Tokyo, nel cuore pulsante dell’animazione mondiale. Lì ha incontrato Ryo Horikawa, il leggendario seiyū (doppiatore) che presta la voce a Vegeta da decenni.
L’incontro è stato surreale e magnifico. Immaginatevi la scena: siamo in una scuola di doppiaggio a Tokyo. Bisogna togliersi le scarpe (siamo pur sempre in Giappone). C’è un rispetto reverenziale, una gerarchia palpabile. E poi arriva lui, Horikawa. Non c’è la pacca sulla spalla all’italiana, c’è la formalità nipponica che però nasconde una profonda stima reciproca.
Iacono descrive le differenze abissali tra il modo di recitare occidentale e quello giapponese. I giapponesi hanno un registro vocale che attinge a radici teatrali antiche, come il Kabuki. Hanno suoni gutturali, acuti improvvisi, modi di “strappare” la voce che per un attore italiano sarebbero innaturali o addirittura dannosi. Ryo Horikawa passa da toni bassissimi a urla stridule con una facilità disarmante. Per Iacono, imitare quello stile non avrebbe senso; la sua forza sta nell’aver adattato Vegeta alla sensibilità e alla musicalità italiana, rendendolo un personaggio diverso ma ugualmente potente.
Un dettaglio delizioso: la moglie di Horikawa insegna nella stessa scuola ed è la doppiatrice originale di Sailor Moon. Iacono si è trovato letteralmente circondato dalla regalità degli anime. In questo scambio culturale, tra sushi e bento box, si è creata una connessione umana. Horikawa, inizialmente ignaro di chi avesse davanti (“Ma tu cosa doppi?”), una volta capito che Iacono era il suo alter ego italiano, si è illuminato. È stato un riconoscimento tra pari, un ponte gettato tra due culture lontanissime unite da un singolo, orgoglioso Principe dei Saiyan.
L’Arte del Doppiaggio: Tecnica, Sudore e Penne Bic
C’è un momento nel podcast in cui si tocca un tasto dolente e tecnico: come si impara a fare questo mestiere? Iacono, che insegna doppiaggio da oltre 15 anni, smonta pezzo per pezzo i miti dei “corsi miracolosi”.
Il doppiaggio è musica. Non basta avere una “bella voce”. Avere una bella voce è come possedere una Stradivari: se non sai suonarla, è solo un bel pezzo di legno. Bisogna studiare solfeggio, armonia, ritmo. Nel doppiaggio, questo si traduce in dizione, respirazione, appoggiatura, intenzione.
Uno degli aneddoti più divertenti e istruttivi riguarda la penna in bocca. Un esercizio di logopedia che sembra una tortura medievale ma che è fondamentale per l’articolazione. Mettersi una penna tra i denti e costringersi a parlare e leggere obbliga la lingua e i muscoli facciali a fare un lavoro extra per essere comprensibili. Quando togli la penna, la lingua “vola”, le parole escono fluide, l’articolazione diventa cristallina. È come correre con i pesi alle caviglie (citazione di Dragon Ball non casuale) e poi toglierli: ti senti leggerissimo.
Iacono mette in guardia contro le scuole online che promettono di farti diventare doppiatore via Zoom. Non funziona così. C’è la latenza, c’è la compressione audio, manca la presenza fisica. Il doppiaggio si impara in sala, si impara sentendo il proprio respiro in cuffia, gestendo l’ansia del “ritardo”, interagendo fisicamente con il leggio. E soprattutto, mette in guardia contro quelle scuole che chiedono cifre astronomiche promettendo mari e monti. Il talento va coltivato, non spremuto per profitto.
Il Problema dei “Talent”
Un’ombra che aleggia sul settore è l’uso sempre più frequente dei cosiddetti “Talent” (influencer, attori famosi ma non doppiatori, cantanti) al posto dei professionisti. È una questione di marketing, certo. Mettere il nome famoso in locandina vende biglietti.
Ma il risultato artistico? Spesso discutibile. Il doppiaggio richiede una tecnica specifica che un attore di cinema, abituato a recitare con il corpo e l’espressione facciale, potrebbe non avere quando è privato della sua fisicità e ridotto alla sola voce. È come chiedere a un calciatore di giocare a basket: è sempre un atleta, ma le regole sono diverse. Iacono tocca questo argomento con eleganza ma fermezza: il doppiaggio è una specializzazione che merita rispetto.
Il Mercato, i Soldi e la Dura Verità
Parliamo di soldi. Quanto guadagna un doppiatore? Iacono rompe il tabù con una franchezza disarmante. Non stiamo parlando delle cifre hollywoodiane. In Italia, il doppiaggio è un lavoro pagato a “gettoni” e a righe.
C’è una differenza abissale tra i “big” di Roma che doppiano le star di Hollywood (e che possono negoziare cachet importanti) e la “manovalanza” quotidiana di Milano e Torino. Un doppiatore che lavora tanto, che fa tre turni al giorno macinando centinaia di righe, può arrivare a guadagnare bene (parliamo di cifre lorde che possono oscillare tra i 2.000 e i 6-7.000 euro al mese nei periodi d’oro), ma è un lavoro usurante. E ci sono periodi di magra, periodi in cui il telefono non squilla.

Un punto dolente per i videogiocatori: perché molti giochi, come proprio i titoli di Dragon Ball, non vengono doppiati in italiano? È una pura questione matematica. Bandai Namco (o chi per essa) sa che i fan compreranno il gioco comunque, anche se è solo sottotitolato. Doppiare un videogioco costa. Costa tanto. Se il ritorno economico non giustifica la spesa (perché le vendite non aumenterebbero in modo significativo grazie al doppiaggio), l’azienda non lo fa. È una logica di mercato fredda e spietata che taglia fuori voci storiche come quella di Iacono da prodotti che sembrerebbero “naturali” per loro.
Vegeta è Morto (e l’ha ucciso lui): Il Teatro come Catarsi
Arriviamo al presente e al futuro. Gianluca Iacono oggi non è solo un doppiatore, è un imprenditore di se stesso e un artista teatrale. Il suo spettacolo “Vegeta è morto (e l’ho ucciso io)” è la sintesi perfetta del suo percorso.

Attenzione: non è uno spettacolo per soli fan di Dragon Ball. Non è una convention. È un’opera teatrale vera e propria, scritta con intelligenza, che usa la figura ingombrante di Vegeta come pretesto per parlare della vita del doppiatore, delle voci che ci abitano dentro, della schizofrenia di prestare la propria anima a qualcun altro, uno spettacolo multimediale, dove Iacono interagisce con le sue stesse voci proiettate e animate sullo schermo ed è comico, drammatico e riflessivo.
N.B. QUI TROVATE TUTTE LE INFO SULLO SPETTACOLO TEATRALE DI GIANLUCA IACONO
Il titolo è provocatorio. “Uccidere” Vegeta non significa rinnegarlo, ma esorcizzarlo, venire a patti con il fatto che quel personaggio sarà sempre una parte di lui, ma non tutto lui. È un atto d’amore e di liberazione allo stesso tempo.
E poi c’è il brand “Goku Suka“. Nato quasi per scherzo da una dedica fatta a un fan su una maglietta arancione durante una fiera (“Posso scriverci qualcosa?” “Certo!” “Goku Suka”), è diventato un vero e proprio merchandising. È l’ironia suprema: Vegeta che finalmente si prende la sua rivincita commerciale sull’eterno rivale. Le magliette, i cappellini, sono il simbolo di una community che ama Gianluca non solo per la voce, ma per lo spirito goliardico e intelligente con cui affronta il suo “matrimonio” trentennale con il Principe dei Saiyan.

Una persona unica, ma mille voci della nostra infanzia
Gianluca Iacono è una forza della natura. Un professionista che ha attraversato l’era analogica e quella digitale, che ha visto nascere e morire trend, che ha gridato fino a farsi scoppiare le vene del collo e ha sussurrato poesie in ospedale. È un uomo che ha saputo reinventarsi senza mai tradire le sue radici. Che stia insultando un cuoco incapace, lanciando un Big Bang Attack o calcando le tavole di un teatro, Iacono ci mette sempre la stessa, inconfondibile intensità.
E voi? Avete mai provato a lanciare un’onda energetica davanti allo specchio imitando la sua voce? O vi siete mai sentiti insultati personalmente mentre guardavate Hell’s Kitchen? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto! Raccontateci qual è il vostro “momento Iacono” preferito e, se non l’avete ancora fatto, correte a iscrivervi al nostro canale YouTube Top Games Italia per non perdere le prossime puntate del Top Night Podcast. Ci saranno altri ospiti incredibili, altre storie assurde e, chissà, magari scopriremo chi ha ucciso davvero Vegeta.
Alla prossima, terrestri!










