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Raffaele Mastrogiovanni
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The Mummy incontra Lee Cronin (e si perde tra le bende)

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Fermi tutti: sembra che nel nuovo film di Lee Cronin, The Mummy, l’apocalisse cominci ufficialmente per colpa di un passerotto morto. Sì, avete capito bene. Un antico orrore egizio, un sarcofago maledetto, una bambina che sparisce e una famiglia devastata… e tutto questo caos esplode perché una madre decide che il lutto, persino quello di un uccellino, è un concetto inaccettabile. Da quel momento, ovviamente, le cose prendono una piega decisamente pessima. Ma il vero nodo della questione è un altro: quando vado al cinema a vedere un film intitolato The Mummy, io mi aspetto una mummia. Non mi aspetto due bende messe in croce, un sarcofago e una possessione demoniaca travestita da Antico Egitto. Perché, diciamolo subito con estrema chiarezza: due bende non fanno una mummia.

In questo articolo esploreremo ogni centimetro di questa pellicola, analizzando perché il connubio tra James Wan, Jason Blum e Lee Cronin abbia partorito un’opera che naviga costantemente tra l’identità horror moderna e il mito classico, finendo spesso per arenarsi nelle secche della confusione narrativa.

Due bende non fanno una mummia
Generato con l'IA

Il ritorno del mito o una crisi d’identità?

La genesi di Lee Cronin’s The Mummy nasce sotto i migliori auspici produttivi, ma si scontra immediatamente con un problema di definizione di genere che ne condiziona l’intera durata. Alla regia troviamo Lee Cronin, un autore che molti hanno imparato ad apprezzare per Evil Dead Rise. Chi ha visto quel film sa bene cosa aspettarsi da lui: uno stile sporco, fisico, cattivo e decisamente disturbante. Se a questo aggiungiamo che dietro le quinte operano colossi come New Line Cinema, Atomic Monster e Blumhouse, le aspettative salgono alle stelle.

The Mummy: Un pedigree produttivo d’eccellenza

Mettere insieme James Wan e Jason Blum significa, sulla carta, avere la garanzia che non stiamo parlando del classico “horrorino” svogliato prodotto solo per tappare un buco nel palinsesto stagionale. L’obiettivo dichiarato era ambizioso: prendere un mostro sacro del cinema classico e trascinarlo a forza dentro un immaginario horror contemporaneo, più cupo, legato ai traumi familiari e alla paura del corpo. L’idea di partenza, in effetti, ha il suo fascino: una bambina scompare nel deserto e riappare misteriosamente otto anni dopo. Ma non è la stessa bambina; è diversa, troppo diversa.

La Mummia 1932

Tra segni antichi e confusione moderna

Attorno al ritorno della piccola Katie iniziano ad accumularsi segni inquietanti, comportamenti bizzarri e una simbologia che dovrebbe gridare allo spettatore che qualcosa di arcaico e pericoloso è stato risvegliato. Il vero problema, però, emerge man mano che i minuti passano: il film sembra non sapere cosa voglia essere davvero. È un film sulla mummia? Una storia di possessione? Un dramma familiare sul lutto? Un mistero investigativo o un documentario con spiegone mitologico incorporato?. La risposta purtroppo è “tutte le precedenti”, e questo mix crea un continuo andirivieni tra intuizioni brillanti e scorciatoie narrative fin troppo evidenti.

Analisi della protagonista: Katie e la possessione mascherata

Il fulcro del racconto è Katie, la ragazzina che porta addosso i segni inequivocabili di quella che, in qualsiasi altro film, chiameremmo possessione demoniaca. Non serve certo una laurea in demonologia per notarlo. I suoi sguardi, la sua fisicità e le situazioni in cui viene coinvolta sono costruiti utilizzando esattamente quel linguaggio cinematografico.

L’estetica del male secondo Cronin in The Mummy

Considerando il coinvolgimento di Wan e Blum, è naturale pensare che ci si trovi in un territorio familiare: la famiglia sotto assedio da parte di forze soprannaturali pesanti. Tuttavia, il film compie una scelta bizzarra: ogni tanto tenta di deviare verso una spiegazione più clinica, quasi ospedaliera e razionale. Questo genera una frustrazione lecita nello spettatore: perché cercare di spiegare tutto in modo così didascalico?. A volte, lasciare il pubblico nel dubbio — tra la maledizione antica e il trauma psicologico — renderebbe il tutto molto più inquietante.

estetica

Il “Professor Spiegone” e la meccanica della trama

Invece di lasciarci nel mistero, il film decide di far arrivare puntuale il “professore” di turno. È quel personaggio classico che sa leggere i segni, conosce ogni leggenda e, appena apre bocca, sistema ogni buco di trama con una facilità disarmante. Questa dinamica rende la struttura del film terribilmente meccanica. Il padre di Katie non deve realmente indagare o soffrire per trovare risposte; gli basta trovare la persona giusta al momento giusto che gli fornisca lo “sportello informativo” necessario per passare al livello successivo della trama. È una comodità narrativa che toglie mordente al senso di scoperta e di pericolo.

L’estetica della Mummia: due bende e tanta confusione

Torniamo al punto cardine: l’iconografia del mostro. Visivamente, Cronin sa il fatto suo; il film ha momenti in cui l’atmosfera è densa e le immagini sono effettivamente disturbanti. L’idea di “sporcare” il mito della mummia rendendolo più viscerale e moderno era potenzialmente vincente. Ma qui casca l’asino: puoi metterci tutti i sarcofagi che vuoi, puoi abbondare con l’Antico Egitto e coprire i corpi di bende, ma se manca un’identità forte, il castello crolla.

Un mostro senza identità

Nel film di Cronin, la mummia non viene mai costruita davvero come entità a sé stante. Sembra più una possessione demoniaca generica a cui è stata appiccicata sopra un’estetica egizia per giustificare il titolo. Questo confonde il mito invece di arricchirlo. La mummia cinematografica è tradizionalmente legata al concetto di tempo, di morte conservata e di un passato che ritorna fisicamente a reclamare qualcosa. Se invece mi ritrovo a guardare una ragazzina che si comporta come l’erede di L’Esorcista, la connessione con l’immaginario egizio diventa un orpello superfluo.

Il problema del Jump Scare e del comparto sonoro in The Mummy

Un altro aspetto critico riguarda la gestione della tensione. Nessuno è contrario ai jump scare per principio, ma devono essere guadagnati. Quando un film prepara una scena con un montaggio serrato e un crescendo sonoro insopportabile per poi farti saltare sulla sedia usando un asciugacapelli, non ti sta spaventando: sta solo facendo rumore. La vera paura nasce dall’attesa e dal non detto, non da un “BUM” piazzato strategicamente per provocare un riflesso incondizionato.

The Mummy: jump scare

A questo si aggiunge una colonna sonora spesso troppo invadente. Ci sono sequenze che avrebbero tratto enorme beneficio dal silenzio o da un respiro più calmo, e invece vengono sommerse da una fanfara che urla costantemente allo spettatore: “Ehi, guarda che questa scena è paurosa!”. È un peccato, perché lo spettatore vorrebbe avere lo spazio emotivo per arrivare a quella sensazione da solo.

Performance e Doppiaggio: Luci e Ombre

Sul fronte interpretativo e tecnico del doppiaggio, c’è un punto che merita una riflessione approfondita. Sara Ciocca è, senza ombra di dubbio, una delle voci più talentuose e riconoscibili nel panorama dei giovani doppiatori italiani. La sua capacità di infondere inquietudine è indiscutibile. Tuttavia, proprio questa sua eccellenza crea un cortocircuito involontario.

The Mummy e L’effetto M3GAN

In alcune scene chiave — specialmente quella che coinvolge una determinata porta — è impossibile non sentire l’eco di M3GAN. Non è una questione di demerito, anzi, ma di memoria sonora dello spettatore. Quando il cervello esce dalla narrazione perché riconosce un timbro o un’impostazione vocale associata a un altro horror iconico recente, l’atmosfera ne risente inevitabilmente. È un dettaglio che potrebbe sembrare minore, ma in un film che già fatica a trovare una sua identità univoca, diventa un ulteriore elemento di distrazione.

Un finale che non morde

Arrivati alla conclusione, il film purtroppo non riserva grandi sorprese. Senza fare spoiler eccessivi, si può dire che il finale è abbastanza prevedibile e segue i binari seminati durante tutta la pellicola. Non c’è quella svolta coraggiosa o quel guizzo creativo capace di farci dire che il mito della mummia è stato realmente reinventato per le nuove generazioni.

Il verdetto su Lee Cronin’s The Mummy

Il risultato finale è un ibrido che resta a metà strada. Non è un disastro totale, sia chiaro, perché la confezione tecnica è di buon livello e la regia di Cronin offre comunque spunti interessanti sulla fisicità dell’orrore. Tuttavia, resta addosso quella sgradevole sensazione di “poteva essere molto di più”. Gli ingredienti c’erano tutti: un regista capace, una produzione solida e un mito immortale. Eppure, la paura vera latita.

finale

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Se cercate un prodotto di intrattenimento senza troppe pretese per una serata horror, il film può anche funzionare; ha i suoi momenti efficaci e si lascia guardare. Ma se vi aspettate un’opera che renda giustizia al titolo che porta e ai nomi coinvolti, vi troverete davanti a un film che sfiora appena la sufficienza senza mai afferrarla davvero. Perché, alla fine dei conti, resterà sempre valida la nostra tesi iniziale: due bende non fanno una mummia.

Voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con la nostra analisi o questa versione della mummia vi ha convinto di più? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto!

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