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Riassunto
Avete presente quella sensazione di quando ordinate una pizza gourmet, l’impasto è a lunga lievitazione, gli ingredienti sono ricercatissimi, ma poi, proprio all’ultimo secondo, il pizzaiolo decide di annegarla nel ketchup? Ecco, guardare La Madre di Andy Muschietti, film del 2013 oggi disponibile nel catalogo Prime, lascia esattamente quel retrogusto lì. Un misto di “poteva essere un capolavoro” e “perché mi hai messo i pupazzoni in CGI proprio sul più bello?”.
In questo articolo scaveremo a fondo in questa pellicola che ha segnato l’esordio al lungometraggio di Muschietti, analizzando perché, nonostante una tematica potentissima e una regia che sa il fatto suo, il film finisca per inciampare sui suoi stessi effetti speciali. Preparatevi, perché analizzeremo ogni singolo frame (o quasi) per capire come mai, a un certo punto, l’orrore decida di andare in pensione anticipata per fare spazio al fantasy.
Un esordio col botto (ma con qualche crepa)
Andy Muschietti è un regista che molti di noi hanno imparato ad amare, specialmente per il lavoro immenso fatto con il primo capitolo di IT. Eppure, ogni grande viaggio inizia con un primo passo, e per lui quel passo è stato La Madre. Basato su un suo cortometraggio che aveva terrorizzato nientemeno che Guillermo del Toro, il film si porta dietro un’eredità pesante: quella di dover trasformare una paura ancestrale e fulminea in un racconto di un’ora e mezza.
La Madre: L’eredità di Muschietti e il richiamo del cuore
Non si può parlare de La Madre senza citare la carriera successiva del suo autore. Quando dico che Muschietti “ha fatto di meglio”, non è un insulto, ma l’osservazione di un fan che lo ha nel cuore. IT Capitolo 1 rimane una pietra miliare dell’horror moderno perché l’orrore era organico, sporco, quasi tangibile. Tuttavia, già lì si vedevano i primi sintomi di quella “malattia” che esploderà poi nel secondo capitolo e che qui, nel 2013, era già presente in stato embrionale: la dipendenza dai “pupazzoni”.

Il confronto inevitabile con IT Capitolo 2
Il paragone con il sequel del pagliaccio Pennywise è quasi d’obbligo. In IT Capitolo 2, il film diventa spesso un “parco giochi” visivo, dove la tensione viene sacrificata sull’altare della meraviglia tecnica o, peggio, della saturazione digitale. La Madre soffre della stessa sindrome: inizia come un racconto gotico e finisce come una fiera dell’effetto speciale, perdendo per strada quel brivido che solo l’ignoto sa regalare.
Il setup narrativo: La Madre è un mistero svelato troppo in fretta
Uno dei problemi strutturali più gravi de La Madre è la sua fretta. Il cinema horror vive di attese, di ombre, di respiri trattenuti. Muschietti, invece, decide di giocare a carte scoperte quasi subito. Ci presenta queste due bambine sopravvissute per anni in una baita isolata, un passato “fuori dal mondo” che farebbe accapponare la pelle a chiunque. Fin qui tutto bene, ma poi arriva la scelta che spacca il film in due.
Svelare il mostro: coraggio o errore strategico?
Il film non gioca la carta del mistero fino all’ultimo. Di solito, in un horror soprannaturale come si deve, la creatura si vede al minuto 70, dopo che hai consumato le unghie dei piedi per la tensione. Muschietti invece te la mostra quasi subito. Se sveli il “cosa” così presto, allora devi darmi un “perché” monumentale per tenermi incollato alla poltrona. Invece, lo spettatore si ritrova a chiedersi: “Ok, mi hai già detto tutto… e ora?”.
La Madre: La backstory servita sul piatto d’argento
Non solo il mostro appare presto, ma anche la sua storia — il suicidio, il figlio perduto, il dolore eterno — arriva con una velocità disarmante. Questa scelta lascia il film senza benzina narrativa per la seconda metà. Se il mistero è risolto a un terzo della visione, cosa resta? Resta solo l’attesa del prossimo salto sulla sedia, ma la curiosità intellettuale dello spettatore inizia a scemare.

Il dubbio grosso: la logica del male
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Entriamo nel merito della coerenza narrativa, quella cosa che spesso gli horror dimenticano in cantina insieme ai cadaveri. A circa un terzo del film, sorge una domanda che mi ha fatto alzare un sopracciglio fino all’attaccatura dei capelli.
Il paradosso della protezione materna in La Madre
L’entità, questa “Madre”, ha cresciuto le bambine per anni. Le ha protette, le ha nutrite, ha creato con loro un legame simbiotico. Quando finalmente arrivano due adulti — lo zio e la sua compagna — che vogliono dare alle piccole una casa vera, stabilità e amore sano, lo spirito reagisce con odio puro. Perché? La risposta di pancia è la gelosia o la maternità deviata, e ci può stare. Ma il problema è come questa reazione viene costruita.
Motivazioni costruite vs necessità di script
Nel cinema di qualità, un’azione deriva dal personaggio. Ne La Madre, a volte si ha la sensazione che lo spirito si arrabbi semplicemente perché il copione dice che “deve succedere qualcosa di spaventoso”. Non c’è una costruzione psicologica (se così si può definire per un fantasma) che giustifichi ogni scatto d’ira. Questo rende il male meno spaventoso e più simile a un meccanismo a orologeria che scatta a intervalli regolari.

La Madre e il linguaggio horror: jumpscare contro narrazione
Muschietti fa una distinzione molto netta nel linguaggio visivo di questo film. Da una parte abbiamo i jumpscare, dall’altra le visioni.
Jumpscare a favore di pubblico
Molti dei momenti di spavento nel film sono puramente “a favore di pubblico”. Sono quei classici “Buh!” improvvisi che ti fanno saltare sulla sedia ma che non aggiungono nulla alla storia. Sono necessari per vendere il film al grande pubblico? Forse. Sono utili alla tensione artistica? No. Spesso sono slegati da qualsiasi necessità interna della trama.
Visioni a favore di trama
Dall’altra parte, ci sono le visioni dei protagonisti adulti. Queste, a differenza dei jumpscare, funzionano molto meglio perché sono pezzi di puzzle. Servono a farci capire, ad anticipare la narrazione, a portarci verso la rivelazione finale. È qui che si vede il Muschietti che sa raccontare per immagini. Il problema è l’alternanza: un pezzetto di storia, uno spavento gratuito, un altro pezzetto di storia, un altro spavento. Alla fine, vedi il meccanismo, e quando vedi il meccanismo, smetti di avere paura.
Il simbolo della falena e il problema della credibilità
Parliamo di simbolismo. La falena è il marchio di fabbrica del film. È un elemento di grammatica visiva efficace: vedi la falena, sai che lei è vicina. Fin qui, tutto perfetto. Poi però subentra il senso della realtà.

Un’infestazione che in La Madre nessuno nota
In quella casa non c’è “una” falena entrata per sbaglio dalla finestra. C’è un’infestazione biblica. Eppure, i protagonisti sembrano vivere in uno stato di negazione perenne. Nessuno dice: “Ehi, forse dovremmo chiamare la disinfestazione o, che ne so, un esorcista?”. Questo mina la credibilità del mondo. Per accettare il soprannaturale, io spettatore devo credere che i personaggi reagiscano alle cose in modo umano. Se ignorano l’evidente, io esco dalla storia.
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L’horror soprannaturale regge su un patto: io accetto l’impossibile (il fantasma), ma tu devi farmi credere nel possibile (la reazione delle persone). Quando questo equilibrio si rompe, il film scivola via. La Madre purtroppo soffre di questa mancanza di realismo psicologico in favore dell’estetica visiva.
Fantasy a tinte horror: una crisi d’identità
Se dovessi riassumere La Madre, direi che funziona meglio come fantasy a tinte horror che come horror soprannaturale puro. Se cercate quel tipo di paura che vi resta addosso, quella che vi fa controllare sotto il letto prima di dormire, potreste restare delusi.
Atmosfera vs Mostrazione
L’horror che funziona davvero lavora sull’atmosfera, sulla progressione lenta, sulla paura che cresce come un soffocamento. Deve avere regole del male che sembrano inevitabili. Invece, in questo film, a un certo punto la domanda diventa: “Ok, adesso vediamo cosa mi mostra il regista?”. Quando l’attenzione si sposta dal “cosa provo” al “cosa vedo”, siamo già entrati nel territorio della fiaba nera o del fantasy.

La Madre e il concetto di “Pupazzone”
Torniamo al termine tecnico (si fa per dire): il pupazzone. Non è un attacco alla CGI o al lavoro degli artisti degli effetti visivi. È un problema concettuale. Quando la creatura diventa troppo costruita, troppo “oggetto scenico”, perde il brivido dell’organico. Diventa qualcosa da guardare, non qualcosa da temere. In IT Capitolo 1, Muschietti era riuscito a mantenere l’orrore sporco e credibile; qui, invece, ci ricasca e trasforma il mostro in una sagoma digitale che toglie realismo alla minaccia.
Cosa salviamo di questo film?
Nonostante le critiche feroci, La Madre non è un film da buttare nel cestino. C’è del buono, e sarebbe ingiusto non riconoscerlo.
Una tematica universale e potente
L’idea centrale è fortissima: la maternità deviata. Il film esplora il confine sottile tra amore e possesso, tra cura e controllo. La domanda su “chi sia madre” e in che senso lo sia è il vero cuore pulsante dell’opera. È una riflessione profonda che eleva il film sopra la media degli slasher senza cervello.
La mano del regista
Si vede che Muschietti sa dove mettere la macchina da presa. Anche se qui è meno “chirurgico” rispetto ai suoi lavori successivi, la regia è solida. Sa guidare una scena e sa muovere la storia, anche quando la sceneggiatura zoppica. Alcune scelte, come l’uso delle visioni per far progredire la trama, sono brillanti e dimostrano un talento che poi esploderà definitivamente.

Perché La Madre non decolla mai del tutto?
Arrivati alla fine della visione, la sensazione è quella di un’occasione mancata. I motivi sono diversi e li abbiamo analizzati: dalla gestione dei tempi narrativi alla dipendenza dagli effetti visivi.
Svelamento precoce: Dirci tutto subito toglie il piacere della scoperta.
Incoerenze ambientali: Le falene e le reazioni mancate tolgono credibilità al contesto.
Effetto “Parco Giochi”: La fase finale del film punta tutto sull’effetto visivo, trasformando la paura in una sorta di spettacolo di luci e ombre digitali.
La Madre finisce per essere più una fiaba cupa, un racconto visivo affascinante ma freddo, che un horror capace di lasciare il gelo nelle ossa.
In definitiva, La Madre è un film con un’idea interessante e una regia dignitosa, ma che soffre del confronto con ciò che Muschietti avrebbe fatto in seguito. Se amate le favole nere e non vi fate troppi problemi se il mostro sembra uscito da un videogioco di ultima generazione, dategli una chance. Ma se cercate il soprannaturale “come si deve”, quello che non vi fa dormire, potreste restare a metà strada.
E voi cosa ne pensate? Siete nel team “favola nera che mi ha affascinato” o nel team “rivoglio indietro la mia paura e meno pupazzoni”? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto!
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