Ti è mai capitato di guardare un film e chiederti se il regista ti stia sfidando a restare sveglio o se stia effettivamente cercando di dirti qualcosa di profondo? Ecco, The Seeding si posiziona esattamente in quella zona grigia tra il capolavoro d’atmosfera e il “ma che diamine sto guardando?”. Se hai voglia di una scampagnata traumatizzante tra le rocce dello Utah, mettiti comodo perché oggi analizziamo ogni singolo millimetro di questa pellicola che promette di disturbarti… e ci riesce pure troppo bene.
Un incubo sotto il sole cocente dello Utah: La trama di The Seeding
Immagina di essere un fotografo professionista, uno di quelli che insegue la luce perfetta. Ti trovi nel deserto dello Utah, un posto dove se finisci l’acqua sei praticamente un pezzo di carne essiccata nel giro di tre ore. Il nostro protagonista, Wyndham Stone, interpretato da uno Scott Haze che vedremo poi quanto ci convince, si avventura in questa terra desolata per immortalare un’eclissi solare. Fin qui, tutto normale, quasi romantico, se non fosse che il cinema horror ci ha insegnato che andare da soli nel deserto è la seconda idea peggiore dopo “dividiamoci per esplorare la cantina abbandonata”.
L’incontro fatale e la discesa nel baratro
Mentre cerca lo scatto della vita, Wyndham si imbatte in un bambino che sembra essersi perso. Ora, chiunque di noi con un briciolo di istinto di sopravvivenza chiamerebbe i soccorsi o starebbe all’erta, ma Wyndham decide di aiutare il piccolo. Risultato? Finisce intrappolato in un canyon profondo, una sorta di imbuto naturale da cui è fisicamente impossibile risalire senza attrezzatura. In fondo a questa voragine non c’è il vuoto, ma una capanna e una donna di nome Alina. Sembrerebbe quasi una fortuna, se non fosse che sopra di loro, sul bordo del canyon, c’è un gruppo di ragazzini selvaggi che li osserva come se fossero formiche in un barattolo.

The Seeding e il patto narrativo: Prendere o lasciare
Per goderti The Seeding, devi fare un patto col diavolo, o meglio, con il regista Barnaby Clay. Devi entrare nell’opera senza farti troppe domande logiche. Perché Wyndham non ha provato a scalare in quel punto preciso? Come fa Alina a vivere lì sotto da anni? Se inizi a scovare i buchi di trama, il film crolla come un castello di carte sotto il sole. La storia è talmente surreale che la credibilità vacilla pericolosamente a ogni inquadratura, ma se accetti l’assurdità, allora le sfumature iniziano a farsi interessanti.
Analisi tecnica: Una regia che vuole (troppo) disturbare
Barnaby Clay non è un timido. Sin dalle prime scene si capisce che ogni inquadratura è studiata a tavolino con un unico scopo: colpire lo spettatore dritto allo stomaco. Le immagini sono potenti, sature, quasi opprimenti nonostante lo spazio aperto del deserto.
Lo stile visivo e il “Disturbo” d’autore
Le inquadrature sono costruite per essere, come si dice in gergo tecnico, “disturbanti”. Il regista si diverte a indugiare su dettagli che altri taglierebbero, cercando di creare un senso di malessere costante. Però, c’è un però grande quanto il canyon dello Utah: Clay a volte si lascia prendere troppo la mano. Si perde in questo enorme contenitore surreale fatto di raccordi astratti e montaggi frenetici che, se da una parte colpiscono visivamente, dall’altra ti fanno sentire che è davvero “troppo”. È come se il regista gridasse costantemente “Guarda quanto sono bravo a farti stare male!”, dimenticandosi a tratti di portare avanti il racconto in modo fluido.

La sovrastruttura narrativa e il peso dei temi in The Seeding
Qui entriamo nel cuore del problema di The Seeding: la sua sovrastruttura. Sotto la superficie di un thriller di sopravvivenza, il film nasconde temi pesantissimi. Parliamo di maternità coatta, del ciclo infinito della procreazione e della crudeltà primordiale della natura umana. Il punto è che questi temi sono sepolti così in profondità, sotto strati di astrazione e silenzi, che un pubblico meno attento rischia di non cogliere assolutamente nulla.
Il dilemma dello Show Don’t Tell: Quando l’estetica uccide la narrazione
Nel cinema, “mostra, non spiegare” (show don’t tell) è la regola d’oro. Ma come in tutte le cose, il troppo stroppia. In The Seeding, questa tecnica è portata a un estremo tale da diventare controproducente.
L’eccesso di astrazione
Vale la pena vedere questo film? La risposta dipende da quanto sei disposto a tollerare il mistero fine a se stesso. Il rischio concreto è che lo spettatore si senta lasciato a mani vuote. Il cinema horror vive di metafore, è vero, ma quando la metafora diventa così criptica da richiedere una laurea in filosofia del cinema per essere decifrata, allora forse abbiamo un problema di comunicazione.
The Seeding: Immagini vs Dialoghi
Il regista ha scelto deliberatamente di inserire una serie di raccordi astratti che, invece di aggiungere valore o profondità, sembrano quasi togliere qualcosa all’opera. Sono momenti di pausa visiva che non aggiungono nulla alla trama e che finiscono per annoiare chi cerca un minimo di concretezza. Qualche dettaglio in più, magari non spiegato a parole ma mostrato con immagini più concrete e meno oniriche, avrebbe reso l’intera esperienza molto più godibile e, soprattutto, sensata.

I protagonisti: La strana coppia del deserto
Un film con così pochi personaggi e un’ambientazione così ristretta dipende interamente dalle performance degli attori. E qui la situazione è… altalenante.
Scott Haze e l’evoluzione di Wyndham Stone
Parliamo del protagonista, Scott Haze. Devo essere onesto: all’inizio del film è quasi irritante. La sua recitazione sembra forzata, non credibile, e in un contesto già così astratto e difficile da digerire, avere un protagonista che non ti convince è un colpo basso per l’immersione dello spettatore. Ti ritrovi a guardare un uomo intrappolato in un buco e a pensare “Beh, recita proprio come uno che sa di essere su un set”.
Tuttavia, bisogna dare atto a Haze di una cosa: man mano che la pellicola avanza verso la parte centrale e finale, l’attore migliora nettamente. Inizia a sperimentare diverse reazioni all’assurdità della situazione, passando dalla rabbia alla rassegnazione, fino alla follia pura. Questo cambiamento permette finalmente di empatizzare con il personaggio e di apprezzare il suo percorso di degradazione fisica e psicologica.
Alina e il ruolo della donna nel canyon
Alina è la figura enigmatica che abita il canyon. Rappresenta la stabilità in un mondo di follia, ma è una stabilità distorta. La sua interazione con Wyndham è il fulcro del film, una danza macabra tra vittima e carnefice (o forse sono entrambi vittime?) che mette in scena il tema della maternità obbligata e della sopravvivenza a ogni costo.

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🔔 Iscriviti al canaleThe Seeding e il suo finale: Un muro di fumo e specchi
Arriviamo alla parte più controversa di The Seeding: il finale. Se speri in una spiegazione logica che rimetta insieme i pezzi del puzzle, rimarrai deluso.
Troppe domande, poche risposte
Il finale è veramente troppo criptico per essere davvero soddisfacente. Esistono finali aperti che ti lasciano con la voglia di riflettere, e poi ci sono finali come questo che ti lasciano semplicemente con un “E quindi?” stampato in faccia. Troppe domande restano senza risposta: chi sono i ragazzi? Perché lo fanno? C’è una componente soprannaturale o è solo follia collettiva?.
La mancanza di un background concreto
Sia chiaro, il mistero in un horror è fondamentale, ma qui sarebbe servito un background un po’ più spiegato. Non servivano necessariamente dei “piegoni” didascalici nei dialoghi, ma magari qualche indizio visivo più solido, qualche immagine meno astratta che desse un contesto a questo gruppo di predatori selvaggi. Invece, il regista ha preferito la strada del surrealismo spinto, lasciando che il senso dell’opera sfuggisse tra le dita come sabbia del deserto.
Conclusioni: The Seeding come esperienza visiva forte ma frammentata
In sintesi, The Seeding è un film che non lascia indifferenti, ma per le ragioni sbagliate. È un’esperienza visiva potente, tecnicamente curata e capace di regalare momenti di autentico disturbo, ma fatica enormemente a comunicare i suoi temi in modo chiaro.
Se sei un amante del cinema horror sperimentale e non ti spaventa l’astrazione totale, potresti trovarci degli spunti interessanti. Se invece cerchi una storia solida, con personaggi coerenti e un finale che dia un senso al viaggio, il rischio di uscire dalla visione insoddisfatti è altissimo.
È un film che costruisce un muro di surrealismo: alcuni riusciranno a scavalcarlo e ad apprezzare il panorama sottostante, altri ci sbatteranno contro e torneranno a casa con un bel mal di testa.
Ti è piaciuto questo viaggio nel deserto dello Utah o preferisci horror più “tradizionali”? Sei riuscito a superare il muro del surrealismo di Barnaby Clay o ti ha lasciato con l’amaro in bocca? Faccelo sapere qui sotto nei commenti!
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