Ammettiamolo una volta per tutte, senza troppi giri di parole. Ogni volta che il nome di Spielberg compare su una locandina cinematografica affiancata da parole come “UFO” o “luci misteriose nel cielo”, scatta un riflesso pavloviano collettivo. Il cervello del cinefilo medio si resetta istantaneamente. Immaginiamo già biciclette che volano stagliandosi contro una luna gigantesca. Sogniamo dita che si illuminano di una calda luce arancione. Ci aspettiamo navi madre che comunicano attraverso cinque iconiche note musicali. Ci aspettiamo lo spettacolo puro, l’invasione o il contatto che ci lascia a bocca aperta con il naso all’insù. Disclosure Day non è questo!
Tenetevi forte, perché con questa nuova pellicola il buon vecchio Steven ha deciso di fare il colpaccio. Questa volta gioca con regole completamente diverse da quelle che vi hanno insegnato.
Se siete entrati in sala sperando di vedere i monumenti nazionali polverizzati da raggi laser verdi, rimarrete delusi. Se cercate astronavi grandi quanto una regione geografica pronte a ingaggiare battaglie epiche nei cieli terrestri, avete sbagliato biglietto. Rimarrà folgorato, invece, chi saprà guardare oltre. Benvenuti nella nostra analisi approfondita di quello che è già il caso cinematografico dell’anno. Smontiamo questo lavoro pezzo per pezzo per capire come mai, questa volta, la minaccia che arriva dallo spazio profondo sia solo un fantastico, gigantesco specchietto per le allodole.
Disclosure Day: Il grande inganno della fantascienza commerciale contemporanea
Nel panorama cinematografico odierno il genere fantascientifico ha subìto una mutazione genetica piuttosto bizzarra. La fantascienza mainstream è diventata sinonimo di rumore. Più le cose esplodono in modo visivamente impeccabile, meno tempo rimane per farsi la domanda fondamentale. Ci si dimentica di chiedersi a cosa serva tutto questo apparato visivo.

La maggior parte dei contenuti attuali è progettata per essere facile. Risulta facile da digerire e facile da seguire tra una notifica sullo smartphone e l’altra. Diventa il classico cinema da background. Se ti distrai per cinque minuti a causa di un messaggio urgente, capisci comunque perfettamente dove ti trovi quando torni a guardare lo schermo. Riconosci subito il buono, il cattivo e chi sta per essere vaporizzato.
La trappola del wow visivo senza anima
Questa tendenza ha abituato il pubblico a consumare storie preconfezionate. Lo stupore visivo ha sostituito la complessità della trama. Gli effetti speciali non sono più uno strumento al servizio di un’idea. Essi diventano l’idea stessa. Ci troviamo sommersi da pellicole che urlano costantemente per catturare la nostra attenzione. Offrono battaglie interstellari fotoniche e distruzioni di massa prive di qualsiasi peso emotivo. Lo spettatore diventa un elemento puramente passivo. Diventa un contenitore da riempire con immagini colorate e suoni assordanti, senza che venga richiesto il minimo sforzo intellettivo o interpretativo.
La controtendenza di Steven Spielberg in Disclosure Day
In questo scenario desolante l’arrivo di una nuova opera fantascientifica firmata dal regista di Cincinnati suona quasi come una dichiarazione di guerra culturale. Spielberg rifiuta categoricamente le logiche del consumo rapido e disattento. Non gli interessa minimamente fornirvi l’ennesimo parco giochi digitale in cui spegnere il cervello per due ore. Al contrario, compie un gesto che nell’industria hollywoodiana attuale ha il sapore di una vera e propria rivoluzione. Pretende la vostra totale, assoluta e incondizionata attenzione.
Il ritorno alla fantascienza per guardarsi allo specchio
Mettiamo subito le carte in tavola per evitare malintesi epici. La nuova opera del regista sembra, a una prima occhiata distratta, l’ennesimo ritorno a quel filone che lo ha reso immortale. Ci sono tutti gli ingredienti classici che fanno battere il cuore agli appassionati del mistero. Troviamo segnalazioni inspiegabili, UFO e presenze aliene. Vediamo governi che tremano dietro porte blindate e segreti di portata globale pronti a saltare in aria da un momento all’altro. Tutto fa pensare a una gigantesca operazione nostalgia o all’ennesimo capitolo sulla meraviglia dell’ignoto extraterrestre.

Ma la verità è che, con Disclosure Day, il regista non è tornato a esplorare il cosmo per parlarci degli alieni. Li usa, certo, ma come un gigantesco e meraviglioso pretesto. Il suo vero obiettivo non si trova a milioni di anni luce da qui. Si trova esattamente sulla Terra. È tornato alla fantascienza per parlare, in modo spietato e lucidissimo, di tutti noi.
La crepa nel quotidiano come firma d’autore
Per capire a fondo questo passaggio cruciale bisogna fare un piccolo viaggio nel tempo. Dobbiamo esaminare come il regista ha sempre gestito l’elemento straordinario all’interno della sua sterminata filmografia. Se analizziamo i suoi capolavori storici emerge una costante inequivocabile. L’elemento fantastico o fantascientifico non è mai il fine ultimo della narrazione. Esso rappresenta la scintilla che serve ad aprire una crepa profonda nella normalità.
In Incontri ravvicinati del terzo tipo le iconiche luci nel cielo e le navi spaziali non servono solo a fare spettacolo. Distruggono e mettono in crisi l’istituzione della famiglia borghese americana. Portano il protagonista a un’ossessione che lo allontana progressivamente dalla sua realtà domestica.
In E.T. l’extraterrestre la simpatica creatura dello spazio profondo diventa lo specchio emotivo attraverso cui elaborare il trauma del divorzio. Serve a mostrare l’isolamento dell’infanzia e il bisogno primordiale di connessione umana in un sobborgo sperduto.
Ne La guerra dei mondi l’invasione spietata e distruttiva dei tripodi non è una semplice esibizione di muscoli digitali. Si trasforma nella messa in scena dell’angoscia post-11 settembre. Esplora la paranoia collettiva e la vulnerabilità della società occidentale.
In Minority Report, pur senza trattare di minacce extraterrestri, proietta lo spettatore in un futuro distopico. Indaga il rapporto distorto tra individuo e potere, il controllo sociale ossessivo e la fallibilità della percezione umana.
In ognuno di questi tasselli fondamentali il genere fantastico apre un varco profondo nella società. Colpisce le relazioni interpersonali e il modo in cui l’essere umano reagisce quando viene messo con le spalle al muro di fronte a qualcosa che sfugge al suo controllo. Questa nuova pellicola si inserisce con una coerenza disarmante in questa identica filosofia di cinema. Si distanzia anni luce dai blockbuster moderni tutti esplosioni e zero sostanza.
Disclosure Day: Analisi strutturale e narrativa della pellicola
Entriamo nel dettaglio della narrazione. Il fulcro dell’intera vicenda è racchiuso direttamente nel titolo. Il termine indica lo svelamento finale nel gergo giornalistico e geopolitico. Rappresenta il momento in cui i documenti secretati vengono finalmente resi pubblici. La verità cessa di essere un’esclusiva di pochi eletti nei corridoi del potere. Ma come viene gestita questa premessa dal punto di vista strutturale?

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🔔 Iscriviti al canaleLa sceneggiatura compie un lavoro di sottrazione che lascerà spiazzati molti spettatori. Non aspettatevi la classica struttura in tre atti in cui scienziati in camice bianco passano il tempo a guardare schermi pieni di grafici per spiegare al pubblico cosa sta succedendo. La narrazione procede per frammenti e per accumulo di tensione sotterranea. Si concentra non sull’evento in sé, ma sulle onde d’urto che tale evento genera nella quotidianità della popolazione.
Cosa succede quando l’impossibile diventa reale?
La vera domanda filosofica che muove ogni singola scena non è legata all’identità degli alieni o alla loro provenienza. L’interrogativo risulta molto più intimo e disturbante. Ci si chiede cosa succeda alla mente umana, a una piccola comunità e a un intero pianeta quando l’impossibile smette di essere tale e diventa realtà oggettiva.
Il regista mette in scena una transizione psicologica spietata. Seguiamo il crollo verticale delle certezze su cui abbiamo costruito la nostra intera civiltà. La rivelazione non è un momento di trionfo o di illuminazione cosmica. Si rivela un trauma collettivo che costringe ogni singolo individuo a fare i conti con la propria insignificanza nell’universo. La telecamera si incolla ai volti, cattura i respiri affannati e registra i silenzi carichi di angoscia di chi si rende conto che il mondo è ufficialmente finito per come lo conosceva fino al giorno prima.
Disclosure Day: La gestione del ritmo e la negazione dell’azione fine a se stessi
Se la vostra idea di film sugli UFO prevede inseguimenti mozzafiato tra caccia militari e dischi volanti, farete bene a resettare le vostre aspettative. Le scene d’azione e i momenti di pura tensione fisica ci sono, sia chiaro. Sono orchestrati con quella maestria tecnica che solo un titano del genere può permettersi. Ma la differenza fondamentale rispetto alla concorrenza sta nel posizionamento e nella funzione di queste sequenze.
L’azione non è mai lo spettacolo principale. Diventa lo strumento per evidenziare il caos psicologico dei personaggi. Le inquadrature non indugiano sulla distruzione fine a se stessa, ma rimangono focalizzate sullo smarrimento umano. C’era una sequenza specifica ambientata in un interno claustrofobico mentre fuori si scatena l’inferno. Questa scena da sola ridefinisce il concetto di suspense. Invece di mostrarci il pericolo esterno in tutta la sua spettacolarità digitale, la regia sceglie di farcelo percepire attraverso le vibrazioni di un bicchiere d’acqua. Sfrutta i riflessi mutevoli sulle finestre e amplifica il terrore dell’ignoto in un modo che nessun effetto speciale ultramoderno potrebbe mai replicare.

La regia di Spielberg: lo spettacolo come strumento e non come fine
Parliamoci chiaramente. Quando si esamina un’opera di questo autore il rischio di cadere nell’adulazione spicciola è sempre dietro l’angolo. Ma qui siamo di fronte a una vera e propria lezione di cinema impartita a favore di camera. Il regista dimostra una freschezza visiva e una lucidità geometrica nella costruzione dell’inquadratura che lasciano semplicemente sbalorditi.
La macchina da presa si muove con un’eleganza che oggi è diventata merce rara. Non ci sono quei montaggi isterici che cercano di nascondere la mancanza di idee dietro a un taglio di pellicola ogni mezzo secondo. Qui l’azione respira. La tensione si costruisce all’interno dell’inquadratura, non nella sala di montaggio.
La grammatica visiva dell’eleganza in Disclosure Day
Bastano pochissimi elementi per capire di essere di fronte a un fuoriclasse assoluto. Notiamo un cambio di fuoco calibrato al millimetro, una carrellata avvolgente che stringe sul protagonista isolandolo dal resto del mondo, o un cambio di campo eseguito con una fluidità disarmante. Questi movimenti non servono a mostrare la bravura del regista. Guidano lo sguardo dello spettatore, lo prendono per mano e gli fanno percepire esattamente ciò che il personaggio sta provando in quel preciso istante.
La pulizia visiva è totale. Spesso l’elemento fantascientifico rimane fuori campo. Viene suggerito da un’ombra, da un cambio improvviso della luce ambientale o dalla reazione terrorizzata degli attori. Questa scelta aumenta a dismisura il senso di realismo della messa in scena. Trasforma lo spettacolo visivo in un puro strumento psicologico e conferma che il vero cuore del film risiede altrove.
Il dialogo visivo con la sua filmografia passata
Un altro aspetto affascinante per qualunque appassionato di linguaggio cinematografico è il modo in cui questa pellicola dialoga apertamente con le opere precedenti dello stesso autore. Non si tratta di quel fan service becero inserito solo per far scattare l’applauso nostalgico in sala. È qualcosa di molto più profondo e stratificato.

Si avvertono echi visivi e tematici evidentissimi soprattutto con le atmosfere cupe e paranoiche di Minority Report. Ma in quel film del 2002 c’era ancora una forte componente di action futuristico. Si percepiva una parvenza di fiducia nella risoluzione dell’enigma. Qui lo sguardo del regista si fa decisamente più maturo e disincantato. Diventa, sotto molti punti di vista, decisamente più amaro. I nessi visivi servono a mostrare l’evoluzione di un autore che non guarda più al futuro con l’entusiasmo fanciullesco di un tempo, ma con la preoccupata consapevolezza di chi ha visto come la società contemporanea tende a elaborare le informazioni e le grandi crisi collettive.
La rivoluzione dello spazio vuoto: perché non spiegare tutto è una scelta politica in Disclosure Day
Arriviamo ora a quello che è l’elemento più spiazzante e divisivo di tutta l’operazione commerciale. Parliamo della gestione delle risposte. Se siete tra quegli spettatori che hanno bisogno di un finale blindato, dove ogni singolo mistero viene spiegato nei minimi dettagli con tanto di voce fuori campo che vi rassicura sul destino dell’universo, preparatevi a un’esperienza cinematografica fortemente destabilizzante.
La sceneggiatura compie una scelta radicale ed estremamente coraggiosa. Decide scientemente di non spiegare tutto. Non vi accompagna per mano lungo il sentiero narrativo. Non prende ogni singolo mistero della trama per mettervelo sotto il naso con un cartello luminoso a prova di distrazione. Molte porte rimangono aperte, molti interrogativi non trovano una risposta immediata, e l’origine stessa della rivelazione globale rimane avvolta in una nebbia fitta e affascinante.
Il coraggio dell’incompiutezza nel cinema contemporaneo
Questa precisa impostazione strutturale verrà inevitabilmente percepita da una fetta di pubblico come un difetto di fabbrica. Verrà vista come un segno di un’opera incompleta o scritta a metà. Ma se si guarda la pellicola con gli occhi liberi dai condizionamenti dei blockbuster preconfezionati, si capisce che questa non è pigrizia di scrittura. Si tratta di una precisa ed elegantissima scelta poetica.
Il regista decide consapevolmente di non chiudere tutti i fili narrativi per un motivo ben preciso. Vuole lasciare allo spettatore uno spazio vuoto. Desidera uno spazio di riflessione, di elaborazione personale, di interpretazione intellettuale. Nel panorama cinematografico odierno si tratta di un lusso che quasi nessuno studio di produzione è più disposto a concedere. Tutto deve essere masticato, digerito e servito pronto per il consumo istantaneo. Restituire al pubblico il diritto di mettere insieme i pezzi da solo, di riflettere sulle implicazioni morali di ciò che ha appena visto, è un atto di fiducia straordinario nei confronti dell’intelligenza di chi siede in platea.

Disclosure Day: Il pubblico come parte attiva della narrazione
Questo approccio trasforma radicalmente l’esperienza della visione in sala. Lo spettatore smette di essere un semplice elemento passivo che subisce un bombardamento di immagini e suoni. Diventa a tutti gli effetti un co-autore della storia. Siete voi, con il vostro bagaglio culturale, le vostre paure individuali, la vostra sensibilità e le vostre convinzioni personali, a dover riempire quei vuoti lasciati intenzionalmente dal regista. Il film non finisce quando si accendono le luci in sala e partono i titoli di coda. Continua a muoversi nella vostra testa per ore, se non per giorni, costringendovi a confrontarvi con i dubbi che ha seminato lungo il percorso.
La colonna sonora di John Williams: il sussurro del Maestro
Non si può fare un’analisi seria di un’opera di questo livello senza dedicare un capitolo a parte a un sodalizio artistico che ha letteralmente ridefinito la storia della cultura pop degli ultimi cinquant’anni. Stiamo parlando ovviamente della collaborazione tra il regista e il leggendario compositore John Williams. Quando si è diffusa la notizia che il Maestro era tornato a sedersi dietro a uno spartito alla sua incredibile età, molti hanno pensato a un semplice miracolo o all’ennesimo regalo d’addio a una carriera irripetibile.
Ma basta ascoltare le prime note per rendersi conto che non c’era traccia di stanchezza o di mestiere applicato in modo automatico. La colonna sonora di questa pellicola compie un percorso musicale incredibilmente affascinante e insolito. Si muove in perfetta controtendenza rispetto ai fasti orchestrali a cui il compositore ci ha abituato nel corso della sua gloriosa carriera.
Disclosure Day: Una partitura che lavora in sordina
Dimenticatevi immediatamente le fanfare trionfali di Star Wars o i temi immediatamente memorabili e fischiettabili che vi stampate in testa fin dal primo ascolto. La partitura musicale qui inizia quasi in sordina. Si muove con una discrezione e una delicatezza che lasciano spiazzati. Lavora sui toni bassi, sulle dissonanze sottili, su tappeti sonori minimalisti che sembrano quasi fondersi con il sound design ambientale della pellicola.
Non c’è la fretta di sottolineare l’emozione dello spettatore. Williams non usa la musica come un maglio per dirvi che adesso dovete spaventarvi o che questo è un momento commovente. La colonna sonora osserva la scena, la asseconda, si insinua nelle pieghe dei dialoghi con un’intelligenza drammaturgica impressionante. È una musica che sa essere incredibilmente silenziosa quando serve. Lascia che sia il vuoto sonoro ad amplificare la tensione drammatica delle scene più importanti.

Quando la bacchetta si faceva incalzante
Il vero miracolo artistico avviene però nella seconda metà del film. La narrazione comincia inevitabilmente a incalzare. I nodi della vicenda iniziano a venire al pettine. A quel punto la bacchetta del Maestro si fa sentire con tutta la sua devastante ed innata potenza emotiva.
In questi momenti precisi la musica smette di essere un semplice accompagnamento per le immagini. Si trasforma nel motore emotivo della pellicola. Non si limita a seguire il mistero fantascientifico che si dipana sullo schermo. Lo allarga a dismisura, lo dilata, lo rende un’esperienza viscerale, facendolo diventare qualcosa di immensamente più grande, maestoso e spaventoso rispetto a una semplice successione di eventi scriptati. È la dimostrazione definitiva che un motivo per cui Spielberg sia riuscito a riportare il Maestro dietro al leggio c’era eccome. Questo motivo è legato alla necessità di avere una firma musicale capace di dare un’anima trascendentale a tutta l’operazione.
Disclosure Day e le performance del cast: l’humanità al centro del disastro
Se la regia e la musica costruiscono la cattedrale visiva e sonora dell’opera, sono gli attori a doverci mettere dentro l’anima, il sangue e le lacrime. E il cast selezionato per questa pellicola compie un lavoro straordinario. Si muove in perfetta sintonia con l’andamento intimo e profondo della sceneggiatura. Non ci sono eroi senza macchia e senza paura. Non ci sono scienziati infallibili con la battuta pronta in stile Marvel. Ci sono solo esseri umani terribilmente fragili, presi in contropiede da un evento infinitamente più grande di loro.
La tenacia morale di Colman Domingo
Nei panni di una delle figure centrali della vicenda, Colman Domingo offre una prestazione di una potenza espressiva e di una dignità attoriale devastanti. Il suo personaggio porta in scena una tenacia quasi propriamente morale. Incarna la persistenza incrollabile di chi decide di perseguire una causa ritenuta giusta, etica e necessaria anche quando l’intero sistema circostante, le istituzioni e le circostanze storiche sembrano remargli contro con violenza inaudita.
Domingo lavora moltissimo sulla sottrazione, sulla forza espressiva dello sguardo, sulla modulazione di una voce che trasmette un senso di profonda stanchezza esistenziale ma che non cede mai di un millimetro sulla fermezza dei propri principi. È l’ancora morale della pellicola. Diventa il punto di riferimento per lo spettatore all’interno di un mare magnum di bugie, insabbiamenti e isteria collettiva.

La superficie razionale e le insicurezze di Josh O’Connor
Dall’altra parte dello spettro attoriale troviamo un Josh O’Connor in uno stato di grazia assoluto. Il suo è forse il personaggio più complesso, stratificato e interessante dal punto di vista puramente psicologico. O’Connor interpreta un uomo di scienza, un analista, un individuo che ha costruito la sua intera esistenza e la sua carriera professionale sulla stabilità matematica dei numeri, sulla logica ferrea, sulla razionalità empirica e sulla prevedibilità dei dati.
L’attore è straordinario nel mettere in mostra le crepe di questa facciata metodica. Sotto una superficie apparentemente imperturbabile, glaciale e calcolatrice, si nasconde un’insicurezza emotiva disarmante di fronte all’ignoto che sta per travolgerlo. Ma la vera forza drammaturgica del suo personaggio emerge proprio nel momento del bisogno. Questa fragilità interiore deve essere convertita, con uno sforzo di volontà immenso, in una forma di coraggio e determinazione da trasmettere alle persone che lo circondano.
Emily Blunt e il vortice delle certezze infrante in Disclosure Day
A chiudere questo triangolo attoriale di altissimo livello troviamo una monumentale Emily Blunt. Il suo personaggio funge da perfetto punto di contatto emotivo con lo spettatore in sala. La Blunt interpreta una donna comune che, per una serie di circostanze totalmente fortuite e indipendenti dalla sua volontà, si ritrova catapultata senza preavviso all’interno di un vero e proprio vortice di novità sconvolgenti, rivelazioni geopolitiche e misteri cosmici capaci di disintegrarle completamente la vita privata e professionale nel giro di pochissime ore.
L’attrice mette in scena una performance fisica e psicologica incredibile. Restituisce appieno il senso di vertigine e di disorientamento assoluto di fronte al crollo delle proprie certezze fondamentali. La seguiamo mentre passa dal rifiuto iniziale alla rabbia, fino all’accettazione di una realtà che non permette più di tornare indietro. Nei suoi occhi leggiamo lo smarrimento di un’intera specie che si scopre improvvisamente nuda e indifesa di fronte all’immensità del cosmo.
Le tematiche sotterranee: fede, paura e la fine dell’antropocentrismo
A questo punto della nostra analisi dettagliata dovrebbe essere ormai evidente che Disclosure Day non si limita a usare la fantascienza come mero intrattenimento visivo. La trasforma in una sofisticata lente di ingrandimento per esaminare le nevrosi, le fobie e i cortocircuiti culturali della nostra società contemporanea. Al di l’ degli UFO e dei segreti governativi, la pellicola mette in scena un’autentica radiografia dell’anima moderna.

La paura e la crisi di fiducia nelle istituzioni
Uno dei temi più caldi, attuali e trattati con maggiore spietatezza dalla sceneggiatura è la totale, assoluta e irreversibile sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni ufficiali e del potere costituito. Il momento della rivelazione globale non si traduce in un moto di unità planetaria sotto un’unica bandiera, come il cinema populista ci ha spesso raccontato. Si trasforma in un detonatore per la paranoia di massa.
Viene esplorato con spietata lucidità il modo in cui una notizia di proporzioni bibliche, anziché elevare l’umanità verso un nuovo stadio evolutivo, possa drammaticamente spingerla verso il panico più selvaggio. Porta alla divisione interna, al complottismo isterico e all’atomizzazione sociale. Il governo non è più visto come una guida protettiva. Diventa un’entità opaca che ha mentito sistematicamente per decenni, spezzando definitivamente quel contratto sociale invisibile che tiene in piedi la civiltà.
Il bisogno primordiale di credere: scienza contro coscienza
Un altro asse tematico fondamentale è rappresentato dallo scontro, antico quanto il mondo ma qui declinato in chiave modernissima, tra il bisogno umano di credere in qualcosa di superiore (la fede) e la necessità di trovare risposte concrete attraverso il metodo empirico (la scienza). Il film analizza con grande intelligenza emotiva come, di fronte a un evento totalmente inspiegabile, la linea di demarcazione tra scienza e coscienza si faccia incredibilmente sottile, labile e porosa.
La fede non viene trattata con condiscendenza o superficialità. Viene analizzata come un meccanismo di difesa psicologico necessario per non impazzire di fronte al vuoto cosmico. Gli stessi scienziati si scoprono disarmati, costretti ad ammettere che i loro strumenti di calcolo e le loro teorie accademiche non sono sufficienti a mappare la vastità dell’ignoto, trasformando la ricerca della verità in un’odissea squisitamente intima e morale.
Il verdetto definitivo: perché questo film è un capolavoro necessario
In definitiva, il valore culturale e cinematografico di Disclosure Day non risiede nel fatto che un grande maestro sia tornato a confrontarsi con le tematiche dello spazio profondo o degli extraterrestri dopo tanti anni di assenza. Diventa un’opera di un’importanza capitale per il nostro presente perché ci sbatte in faccia, senza filtri e senza ipocrisie commerciali, una verità fondamentale che avevamo tragicamente dimenticato. La grande fantascienza non è mai servita per mostrarci e farci sognare mondi lontani. È sempre stata lo strumento più affilato a nostra disposizione per costringerci a capire meglio il nostro mondo quotidiano.
Gli alieni, le luci nel cielo, le navi spaziali, le cospirazioni governative e i segreti di stato custoditi nei bunker sotterranei non sono altro che splendidi specchi per le allodole. Sono bellissimi attrezzi da lavoro all’interno di una cassetta degli attrezzi cinematografica immensa. La vera domanda fondamentale che pulsa sotto ogni singola inquadratura rimane squisitamente, dolorosamente e unicamente umana.

Disclosure Day: Non un’opera semplificata
Questa non è un’opera che semplifica la realtà per lasciarvi tranquilli sulle vostre poltrone. Non è un prodotto industriale studiato a tavolino per darvi risposte preconfezionate, facili e già ampiamente digerite dalla macchina del marketing hollywoodiano. E forse, anzi, senza il minimo dubbio, è proprio per questo motivo che ci troviamo di fronte a un film straordinario, prezioso e assolutamente imperdibile. In un momento storico e culturale in cui la stragrande maggioranza del cinema mainstream sembra fare a gara per addormentare le nostre coscienze, riducendoci al rango di spettatori passivi e acritici, il regista compie un gesto d’altri tempi, antico, nobile e di un valore inestimabile. Ci chiede, con fermezza ed eleganza, di ricominciare finalmente a pensare. E se permettete, guardando il panorama culturale che ci circonda, un’operazione del genere non è decisamente poca cosa.
Voi cosa ne pensate di questo approccio così intimo e cerebrale di Spielberg alla fantascienza? Preferite quando vi lascia a bocca aperta con gli effetti speciali o quando vi costringe a riflettere una volta usciti dalla sala? Fatecelo sapere qua sotto nei commenti
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