In breve la risposta è no. Fine dell’articolo, grazie per aver clicc… Scherzo, tranquilli. Tuttavia, partiamo proprio da qui: no, probabilmente non lo merita. Ma il punto non è inchiodare un verdetto e scappare via. Il punto è capire perché, chi compete contro The Last Of Us il colosso HBO, e quali dinamiche artistiche, industriali e culturali plasmano la corsa ai The Game Awards.
La domanda iniziale sembra semplice: chi si permette di sfidare The Last of Us? La risposta è meno scontata del previsto. In gara troviamo giganti come Minecraft, Splinter Cell: Deathwatch, Until Dawn e Devil May Cry. E se devo scommettere il mio caffè (ED IL MIO CAFFÈ È SACRO), direi che Devil May Cry se lo porterà a casa. Non perché la serie di Ellie e Joel sia un disastro, ma perché siamo davanti a un’ondata di produzioni fortissime che fanno sentire la loro presenza.
Se volete approfondire le dinamiche degli adattamenti videoludici, vi rimandiamo al nostro video dedicato sul canale YouTube, ma ora mettete giù il pad. Smettete di bere opinioni prefabbricate. Apriamo davvero il cofano di questa seconda stagione e vediamo cosa funziona, cosa zoppica e cosa traballa. Prendiamoci il tempo di guardarlo con la freddezza di un muratore che osserva un muro storto: senza cattiveria, ma con brutalità chirurgica.
La posta in gioco e il campo minato
Gli adattamenti da videogiochi sono diventati un laboratorio di idee, errori e successi. Ci muoviamo in una zona ibrida dove chi crea deve trasformare l’interattività in osservazione passiva, mantenendo intatto un mondo che i fan conoscono pixel per pixel. E no, non basta rifare una scena 1:1 per far felici tutti. Perché nel gioco sei dentro la scena; nella serie, sei fuori.

Aspettative titaniche
La seconda stagione arrivava carica di un peso enorme. Il pubblico della prima stagione non voleva solo un buon show: voleva una catarsi, un’estensione naturale dell’esperienza vissuta nel gioco.
I nuovi spettatori, invece, volevano una storia coinvolgente senza il bisogno di leggere un manuale di istruzioni Naughty Dog. La serie, di conseguenza, doveva: calmare i fan feriti dal finale del primo gioco, convincere gli scettici, mantenere coerenza emotiva e non tradire l’essenza dell’opera originale. Una scommessa che non perdona esitazioni.
E no, non tutte le puntate riescono a restare in equilibrio su questo filo sottile.

Narrativa, Ritmo e Tradimenti
La seconda stagione si presenta più coraggiosa. Più buia. Più disperata. Ma anche più frenetica. Dove la prima stagione respirava con la calma di un romanzo post-apocalittico, la seconda tenta di condensare, anticipare, estendere e modificare. Il risultato? Un percorso narrativo con picchi giganteschi e vallate un po’ vuote tra un’emozione e l’altra.

La dissonanza narrativa in The Last Of Us
Alcune puntate sono costruite con una tensione impeccabile. Altre sembrano un collage di sequenze prese da momenti diversi del gioco, unite da un montaggio che a volte si fida troppo dell’effetto shock. Questo crea dei buchi, delle dissonanze.
Cos’è la dissonanza narrativa? È quella sensazione fastidiosa che ti attraversa quando senti che due scene non si parlano. Che il personaggio non ha avuto tempo di arrivare emozionalmente dove dovrebbe essere.
Che la serie “salta” alcuni passaggi interiori, dando per scontato che lo spettatore li percepisca anche quando non sono stati mostrati. In questa stagione succede ben più di una volta. Non parliamo di errori colossali, ma di micro-fratture che, sommate nel tempo, generano un ritratto emotivo meno coeso dell’originale.

Interpretazioni brillanti, scrittura discontinua
Il cast regge tutto, forse anche troppo. Bella Ramsey e il resto del gruppo fanno un lavoro straordinario. Le interpretazioni sono vive, palpabili, piene di micro-espressioni che amplificano ogni scena. Ci sono momenti di verità così cruda da mettere a disagio. Il problema, però, non è il cast. Il problema, a tratti, è la scrittura.
Alcuni dialoghi risultano ridondanti. Alcune spiegazioni verbalizzano ciò che lo spettatore ha già capito dal volto degli attori o dalla regia. È come se la serie non si fidasse della sua stessa bravura. Inoltre, i personaggi a volte peccano di quelle che vengono considerate “normali relazioni umane”, come Tommy che non parte subito per Seattle.
Queste scelte vanno contro la scrittura del personaggio che la serie stessa aveva costruito nella prima stagione.

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🔔 Iscriviti al canaleSpoiler e rivelazioni anticipate
La serie non resiste alla tentazione di anticipare elementi del finale del gioco. Non diremo quali per evitare spoiler ai neofiti, ma i videogiocatori sanno. Togliere gradualità a certe rivelazioni toglie anche peso emotivo.
Alcune conseguenze dovrebbero essere scoperte nel tempo. Anche alcune motivazioni avrebbero trovato molto più impatto se solo si fosse avuto il coraggio di raccontare la storia per come era stata pensata originariamente. Per alcuni fan è un tradimento.
Per altri, una reinterpretazione necessaria. La verità sta nel mezzo: il linguaggio deve cambiare negli adattamenti, ma bisogna farlo con cognizione di causa.

Aspetto Tecnico, Regia e Musica
Dal punto di vista registico la stagione è spesso sublime. Le scene d’azione sono pensate come una danza macabra, non come rumore di fondo. Gli spazi sono usati con intelligenza: corridoi, fabbriche abbandonate, rifugi improvvisati… tutto sembra vivo, materico, pericoloso.

Sequenze iconiche le nuove aggiunte In The last of Us
La scena della fuga di Abby nella neve è da cardiopalma e, con molta probabilità, è molto più impattante qui che nella versione originale. In più, l’idea dell’attacco degli infetti a Jackson è davvero azzeccata e ha dato ai videogiocatori qualcosa di nuovo e forte da vedere.
Questo giustifica meglio il perché Maria non voglia mandare uomini a Seattle: nel videogioco le motivazioni sono quasi assenti, nella serie invece, dopo aver perso tante persone in quell’attacco, la scelta di non lasciare sguarnite le mura ha perfettamente senso logico.
L’inserimento poi degli Stalker, i grandi assenti in stagione 1, rende alcune scene di inseguimento negli stabilimenti industriali davvero memorabili, giocando con il buio e il silenzio in modo magistrale.

La Fotografia e la Colonna Sonora nella Serie The Last Of Us
Il mondo post-apocalittico non è uno sfondo, è un personaggio. La fotografia alterna toni freddi e ferrosi a sprazzi di luce naturale che evocano speranza. L’unico appunto è nell’episodio 2 dove la color correction, rispetto al videogioco che era molto cupa e claustrofobica, sembra più documentaristica. Una scelta artistica che può dividere.
E la musica? Gustavo Santaolalla non accompagna: guida. Accompagna emozioni, respiri, crolli psicologici. Tuttavia, qui pongo un dubbio: la colonna sonora della serie è quella del videogioco. Quindi, si può premiare la serie per qualcosa che non ha creato ex novo? E poi c’è il “caso Take On Me”. Nel videogioco (ambientato nel 2013), la canzone era un classico.
Nella serie (timeline spostata al 2003), il singolo non era ancora uscito in quella forma. Inserirla è stato un anacronismo che ha fatto male al cuore dei puristi della coerenza temporale.

Impatto Culturale di The Last of Us e il Verdetto Finale
La seconda stagione ha generato conversazioni infuocate. Tra chi vede tradimenti, chi vede evoluzioni, chi fa review bombing perché “non è come il gioco”, e chi difende tutto a spada tratta. Il brand funziona, fa vendere il gioco e muove soldi. E questo influenza i premi.
Perché potrebbe vincere (e perché no)
La serie ha punti di forza innegabili: qualità recitativa, identità visiva, impatto mediatico. Ma la concorrenza è brutale. Devil May Cry ha un’estetica iconica e un fandom potentissimo che appoggia la sua ascesa tra i grandi dell’animazione, con critiche eccellenti che la pongono sullo stesso piano di Arcane.
E poi c’è il problema interno: le scelte narrative della Stagione 2 hanno diviso troppo il pubblico. Una parte dei fan non voterà per rabbia. Un’altra parte voterà per fedeltà. Questa spaccatura è fatale in un contest come i TGA.

Conclusione? Ottimo ma non basta!
The Last of Us Stagione 2 è un adattamento ottimo sotto molti aspetti, ma non è il migliore della rosa quest’anno. Ha dissonanze narrative, un ritmo incoerente e scelte strutturali discutibili che pesano sul giudizio finale. Nel contesto competitivo attuale, probabilmente non basta essere “ottimo”. La statuetta, con ogni probabilità, la vedremo finire nelle mani di Dante, pistole comprese, mentre Ellie e Joel torneranno a casa a discutere sulle loro scelte morali.
E voi? Siete d’accordo con questa analisi o pensate che stiamo sottovalutando l’impatto della serie HBO? Avete notato altri dettagli nascosti o discrepanze? Scrivici subito la tua opinione nei commenti qui sotto! Vogliamo sapere cosa ne pensi e se hai scovato altri dettagli nascosti. E non dimenticare: iscriviti subito al canale YouTube per non perderti le nostre prossime analisi definitive sui capolavori del cinema e dei videogiochi e ricordati di visitare anche il nostro canale tech.










