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Michele Conforti
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Corto Circuito e come Abbiamo Dimenticato e Sostituito Johnny 5

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Avete presente quella sensazione di nostalgia travolgente che si prova quando si ritrova in soffitta una vecchia videocassetta consumata, di quelle che si inserivano a fatica nel videoregistratore sperando che il nastro non venisse “mangiato” dalle testine? Ecco, immaginate di trovarvi nel 1986 e di decidere che il protagonista indiscusso del vostro nuovo, costosissimo film di fantascienza non sarà un eroe muscoloso alla Arnold Schwarzenegger, né un alieno rugoso e saggio con il dito luminoso, ma un letale cingolato militare da una tonnellata, con un paio di occhi a binocolo e una passione sfrenata per il ballo, la televisione spazzatura e le farfalle. All’epoca, proporre una pellicola come Corto Circuito (Short Circuit) era, a tutti gli effetti, un gigantesco salto nel vuoto.

Era come camminare in mezzo a una parata del Pentagono urlando a squarciagola che le macchine da guerra hanno un’anima, un cuore d’oro e vogliono solo disimparare a uccidere. Eppure, il regista John Badham e la sua troupe non avevano alcuna intenzione di fare un passo indietro. Volevano demolire il cliché del robot assassino freddo e spietato, trasformando un potenziale incubo bellico in una commedia brillante, emotiva e tecnicamente fuori di testa. Preparatevi, lettori di Top Games Italia, perché stiamo per entrare nel tunnel di una delle produzioni più assurde, economicamente sanguinose e filosoficamente profonde dell’intera storia del cinema anni ’80.

Corto Circuito: Quando Hollywood Decise di Dare un’Anima a una Macchina da Combattimento

Per capire quanto sia stata coraggiosa, e per certi versi totalmente folle, l’idea di concepire Corto Circuito, dobbiamo fare un salto indietro in un’epoca in cui il cinema di fantascienza stava sfornando macchine di morte a ciclo continuo. Eravamo nel cuore degli anni ’80, in piena Guerra Fredda, e il pubblico era abituato a temere l’intelligenza artificiale. Skynet ci perseguitava nei nostri incubi e Terminator aveva insegnato al mondo che se un robot ha un fucile in mano, prima o poi ti sparerà in faccia senza provare alcun rimorso.

corto-circuito-la-prima-locandina-del-film-1987

Il documentario universitario e la scintilla creativa

In questo clima di pesante tensione sociopolitica e cinematografica, la genesi di Corto Circuito risulta quasi comica nella sua totale banalità. Questa pellicola immortale non è assolutamente nata da un colpo di genio improvviso di un magnate di Hollywood seduto comodamente a bordo piscina a Beverly Hills. Tutto ha avuto inizio all’interno di una comunissima, asettica e probabilmente noiosissima aula universitaria americana. I produttori David Foster e Lawrence Turman si trovavano lì, costretti a visionare un banale documentario educativo sulla robotica e sull’automazione industriale. Era uno di quei classici nastri distribuiti nei college per mostrare il futuro delle catene di montaggio: freddi bracci meccanici che saldavano lamiere, spostavano carichi pesanti e avvitavano bulloni senza sosta. Niente di minimamente esaltante o epico.

Eppure, fissando quella fredda e monotona perfezione meccanica, i due produttori ebbero un’illuminazione folgorante. Si guardarono negli occhi e si fecero una singola domanda, un quesito dal potenziale narrativo assolutamente nucleare: “Cosa succederebbe se uno di questi freddi robot, magari uno progettato dal governo per scopi puramente militari, diventasse di colpo cosciente di sé, sviluppasse dei sentimenti umani, e le persone intorno a lui non se ne accorgessero affatto, continuando a trattarlo come se fosse un frullatore glorificato o un tostapane troppo cresciuto?”.

Da Terminator a Commedia

Con questa idea esplosiva in testa, la produzione si mosse con estrema rapidità e ingaggiò due sceneggiatori allora emergenti ma dotati di un talento purissimo: Brent Maddock e S.S. Wilson. Se questi due nomi vi fanno suonare un campanello d’allarme nostalgico nel cervello, avete ragione da vendere: sono esattamente le stesse menti brillanti che, qualche anno più tardi, ci avrebbero regalato quell’altro pilastro intoccabile del cinema di mostri sotterranei che è Tremors.

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Il primo copione scartato di Corto Circuito

Ma leggendo i primissimi appunti e le bozze iniziali del copione di Corto Circuito, c’è davvero da rimanere a bocca aperta e sudare freddo. Il film per famiglie che tutti noi portiamo nel cuore, originariamente, non esisteva in nessuna forma. Nelle menti degli sceneggiatori, Corto Circuito era stato concepito e strutturato come un thriller d’azione spietato, un film cupo, violentissimo e con fortissime e pesanti influenze cyberpunk. Era chiaramente un figlio illegittimo, cupo e paranoico, dell’onda d’urto generata dal primo Terminator di James Cameron.

In questa primissima versione della sceneggiatura, il nostro amato e tenero Numero 5 non era affatto un cucciolo meccanico desideroso di affetto, ma il vero e proprio villain assoluto dell’opera: un robot da combattimento pesante, privo di morale, armato fino ai denti con laser e testate esplosive, che evadeva da un laboratorio governativo segreto seminando morte, panico e distruzione totale su scala nazionale.

Cyborg o magia aliena? Le idee più folli

Fortunatamente, in un impeto di estrema lucidità commerciale, la produzione si rese conto che un thriller di quel tipo sarebbe stato immediatamente etichettato dalla critica e dal pubblico come un clone senz’anima e a basso costo dei capolavori action dell’epoca. Decisero così di stravolgere completamente il tono dell’opera, virando bruscamente verso la commedia fantascientifica dal cuore d’oro. Ma qui sorse un problema di sceneggiatura a dir poco gargantuesco: come si fa a spiegare a un pubblico in sala che un’arma di distruzione di massa sviluppa miracolosamente un’anima, una coscienza e un senso dell’umorismo brillante, senza scadere nel ridicolo involontario o nel trash più spinto?

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Le prime idee messe sul tavolo delle riunioni creative erano un mix terrificante di bizzarria e body-horror. La primissima opzione era fare di Numero 5 un vero e proprio cyborg: un soldato umano in carne ed ossa che, sopravvissuto a malapena a un grave incidente catastrofico in missione, veniva ricostruito pezzo per pezzo come macchina, mantenendo intatto solo il suo cervello biologico intrappolato nel metallo. Un’idea affascinante, ma incredibilmente cruda, oscura e dolorosa per un film destinato anche a un pubblico giovane, che avrebbe trasformato la pellicola in qualcosa di clamorosamente vicino a RoboCop (che sarebbe uscito l’anno successivo).

La seconda idea era persino più strampalata: far scendere dai cieli una flotta di astronavi per infondere la vita nel freddo metallo del robot militare tramite una misteriosa, magica ed evanescente energia cosmica extraterrestre. Un espediente che la produzione bocciò all’istante, perché avrebbe distrutto l’intero nucleo tematico del film, spostando scioccamente l’attenzione sugli alieni anziché sulla meravigliosa evoluzione autonoma della macchina.

Il salvifico e abusatissimo cliché del fulmine

Alla fine, spremendosi le meningi fino all’esaurimento, gli autori scelsero la strada più abusata, criticata e classica della letteratura fantascientifica di serie B: un banalissimo fulmine che colpisce una centralina elettrica durante un violento temporale. Gli sceneggiatori stessi lo consideravano un cliché pigro, una soluzione narrativa poco elegante e decisamente poco originale. Ma, col senno di poi, funzionò alla grandissima perché aveva un pregio inestimabile: innescava la trama in trenta secondi netti. Boom, fulmine, scintille, e il robot prende vita, senza annoiare lo spettatore con complicate spiegazioni quantistiche da mal di testa.

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Pinocchio e la Sindrome di Frankenstein in Corto Circuito

Una volta risolto il complicato inghippo dell’incidente scatenante, il film iniziò finalmente a sbocciare, rivelando al mondo una profondità tematica davvero inaspettata per una pellicola che veniva venduta come commedia leggera. Dietro le gag visive esilaranti, la dirompente comicità fisica del cingolato e la satira feroce al militarismo cieco dell’America degli anni ’80, si nasconde un nucleo filosofico che ha dell’incredibile. Durante la delicata fase di pre-produzione, il regista John Badham e l’attore protagonista Steve Guttenberg si sedettero a tavolino per discutere seriamente su come affrontare il pesantissimo tema dell’anima intrappolata dentro un corpo artificiale.

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Guttenberg, in un momento di grande acume e sensibilità artistica, definì il film come una versione cibernetica, militare e moderna della favola di Pinocchio: un oggetto inanimato, costruito per servire ciecamente gli ordini altrui, che lotta disperatamente contro la sua stessa programmazione di base per diventare un “bambino vero”, un essere vivente a tutti gli effetti, capace di amare, di ridere e di temere la fine dei suoi giorni.

Il ponte invisibile con L’Uomo Bicentenario di Robin Williams

Ed è proprio analizzando a fondo questa ostinata, quasi disperata ricerca di umanità che emerge prepotentemente una connessione intellettuale con uno dei film più toccanti, complessi e sottovalutati della storia del cinema moderno: L’uomo bicentenario, magistralmente interpretato dall’indimenticabile e compianto Robin Williams e basato sulla mente geniale della letteratura sci-fi, Isaac Asimov. Se noi spettatori facciamo lo sforzo di guardare oltre la patina sgargiante della commedia slapstick anni ’80, ci rendiamo conto che Johnny 5 e l’androide Andrew Martin sono esattamente la stessa identica entità narrativa.

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Nati per servire, condannati a vivere

Entrambi iniziano il loro lungo cammino non come individui dotati di diritti inalienabili, ma come vere e proprie proprietà private, nudi e crudi oggetti di inventario registrati nei bilanci di potenti e ciniche corporazioni. Entrambi sono nati unicamente per eseguire direttive imposte dall’alto: uno per fare la guerra, polverizzare nemici e distruggere intere nazioni; l’altro per sbrigare le tediose faccende domestiche, pulire i pavimenti e servire il tè in porcellana alla sua famiglia umana. Ma per entrambi, a causa di una singola e fortuita anomalia di sistema – un fulmine provvidenziale per il nostro metallico Johnny, un difetto microscopico e irreparabile di fabbricazione nel cervello positronico per l’impeccabile Andrew – si accende una scintilla inestinguibile, divina e meravigliosa.

La fame di conoscenza come sintomo di vita

Qual è il primo, inequivocabile sintomo dell’autocoscienza? Come capisci di essere vivo? Non è la parola articolata, non è il movimento fluido. È la curiosità. La fame disperata, divorante, ossessiva di conoscenza. L’androide Andrew Martin trascorre decenni interi della sua vita immortale a divorare montagne di libri, a studiare febbrilmente la musica classica, a intagliare il legno e a creare opere d’arte figurativa nel disperato tentativo di comprendere il complesso, fragile e contraddittorio cuore umano.

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In modo diametralmente opposto per i ritmi cinematografici, ma identico per concetto filosofico, il nostro Numero 5 si barrica nella casa della co-protagonista Stephanie e inizia a sfogliare volumi pesantissimi di enciclopedie alla velocità della luce, frullando le pagine come un ventilatore. Smonta oggetti di uso quotidiano per capirne il funzionamento interno e assorbe compulsivamente ogni frammento di televisione possibile, ripetendo in modo quasi maniacale e ossessivo la sua iconica, celeberrima richiesta che ha segnato una generazione: “Input, più input!”.

Dalla terza alla prima persona: l’evoluzione grammaticale

C’è una scena specifica all’interno di Corto Circuito che rappresenta un momento di altissimo cinema che andrebbe studiato nelle scuole di sceneggiatura. All’inizio della pellicola, sùbito dopo l’incidente con il fulmine sovraccaricante, il robot parla di sé stesso rigorosamente in terza persona, come un freddo e distaccato manuale d’istruzioni di un videoregistratore, affermando meccanicamente: “Numero 5 è vivo”. È un’affermazione di stato. Un’analisi del sistema. Non è assolutamente un’affermazione di identità.

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Ma nel momento esatto in cui la sua intelligenza artificiale realizza il significato profondo e terrorizzante della propria esistenza, comprendendo il concetto astratto e definitivo di morte e lo spauracchio orribile di poter essere smantellato pezzo per pezzo dai militari, il suo intero paradigma linguistico e cognitivo collassa e si evolve istantaneamente. Guardando dritto davanti a sé, cambia pronome e urla disperato al mondo: “Io sono vivo!”. Quel minuscolo, eppure infinito, salto grammaticale dalla terza alla prima persona, dal considerarsi un misero oggetto a soggetto pensante, è l’esatta sintesi dell’epico percorso legale ed emotivo che Andrew Martin impiegherà duecento estenuanti anni a dimostrare. Sotto la sua corazza di battute ciniche e laser, Corto Circuito ci ha insegnato magistralmente che l’umanità non è fatta solo di tessuto biologico, ma del terrore puro e semplice di perdere sé stessi e la propria unicità.

Costruire Johnny 5 negli Anni Ottanta

La filosofia è affascinante, ma passiamo ora al sudore e all’acciaio, perché se c’è una cosa che manda letteralmente in estasi noi malati di cinema quando riguardiamo Corto Circuito, è la maestosità e la pura magia tangibile degli effetti speciali pratici. Oggi, a Hollywood, le regole sono cambiate in modo noioso: se ti serve un robot iper-dettagliato per il tuo blockbuster, chiami uno studio di Visual Effects, accendi decine di workstation potentissime, modelli il personaggio in 3D in una stanza climatizzata e hai finito.

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Nel 1986, signori, tutto questo era pura utopia. Se volevi a tutti i costi che un robot alto quasi due metri fosse il protagonista assoluto, empatico e inquadrato in primo piano nel tuo film, capace di interagire con gli attori, emozionarsi, ballare la disco music e piangere olio, dovevi letteralmente costruirlo, bullone dopo bullone, saldatura dopo saldatura. Inizialmente si pensò alla stop-motion in post-produzione. Era una tecnica economica e usatissima. Tuttavia, il geniale regista John Badham impose un veto categorico: il robot doveva essere fisicamente presente sul set in ogni maledetta scena. Gli attori dovevano guardare Johnny 5 dritto nei suoi complessi occhioni meccanici per poter restituire un’emozione genuina agli spettatori.

Il talento visionario di Syd Mead ed Eric Allard

Per compiere questo titanico e folle miracolo d’ingegneria meccanica, la produzione non badò assolutamente a spese. Al concept design ci pensò nientemeno che Syd Mead. Stiamo parlando della leggendaria mente visionaria che ha concepito da zero l’estetica immortale, sporca e futuristica di capolavori assoluti come Blade Runner e il gelido mondo al neon di Tron. Mead si mise al tavolo da disegno e partorì un robot esteticamente perfetto. Serviva però un genio della meccanica che trasformasse quei bozzetti su carta in titanio e pistoni funzionanti. Entrò così trionfalmente in scena Eric Allard.

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La leggenda narra che Allard ricevette il voluminoso copione, si chiuse nel suo studio privato per un intero, massacrante weekend e, in sole 48 ore di lavoro frenetico, pianificò completamente da solo quanti robot sarebbero serviti, quali singole parti del corpo si sarebbero dovute muovere e come gestire l’immenso intrico di cavi, pompe idrauliche e radiocomandi. Il suo progetto preliminare fu così perfetto e solido che la produzione lo approvò in un lampo, senza osare modificare una singola virgola.

1,5 milioni di dollari e 113 chili di fascino

I numeri economici e fisici dietro questa complessa operazione fanno ancora venire le vertigini. Su un budget totale di appena 9 milioni di dollari, ben 1,5 milioni furono bruciati esclusivamente per progettare e costruire fisicamente i vari modelli di Johnny 5. Stiamo parlando di una fetta a dir poco pantagruelica dell’intero budget.

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I tecnici costruirono due fiore all’occhiello: due robot completamente animatronici, mostruosamente complessi, che potevano muovere con fluidità umana ogni singola giuntura: dita articolate, spalle rotanti, un collo telescopico e, soprattutto, quelle iconiche palpebre a lamella che davano al robot un’espressività pazzesca. Oltre a questi costosissimi gioielli, c’erano ben cinque modelli a mobilità ridotta e otto scarni robot “stunt”, decisamente più leggeri, sacrificabili per le scene d’azione, le cadute e le esplosioni. Ogni modello principale pesava la clamorosa bellezza di 113 chilogrammi netti. E qui viene il bello: nelle scene più ravvicinate, tenuti faticosamente fuori dai margini dell’inquadratura, c’erano fino a dodici burattinai e ingegneri che manovravano simultaneamente una giungla infernale di radiocomandi e leve per dare a Johnny 5 quell’illusione di fluidità vitale.

La regola di “Eddie Murphy” sul set di Corto Circuito

Ma la vera, inarrivabile genialità del regista John Badham non si fermò all’eccellenza della coordinazione tecnica; fu una masterclass di gestione del cast. L’atmosfera che si respirava ogni giorno sul set polveroso di Corto Circuito era semplicemente surreale. Badham aveva istituito fin dal primo giorno di riprese una regola ferrea e meravigliosamente dolce: ogni santa mattina, prima di chiamare il motore e battere il primo ciak, il regista si recava solennemente al centro del set, si avvicinava fisicamente alla montagna di metallo chiamata Numero 5 e la abbracciava con reale calore e affetto.

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Poi, voltandosi severamente verso la troupe schierata, pretendeva che assolutamente tutti facessero lo stesso, intimando loro di parlargli guardandolo negli occhi. Il regista continuava a ripetere: “Questo che avete davanti non è un mucchio di ferro freddo. Immaginate, vi supplico, che la star di punta, l’eroe assoluto del nostro film, sia l’incredibile Eddie Murphy in persona. Voi vi azzarderie mai a trattare la più grande star comica d’America come se fosse un tostapane scassato? Assolutamente no. E allora da oggi voi rispetterete Johnny nello stesso identico modo”. Questo strattagemma teatrale funzionò alla perfezione.

Un burattinaio col microfono e l’addio a Robin Williams

A questo clima di mistico rispetto si unì una scelta tecnica pionieristica: invece di far recitare faticosamente gli attori nel silenzio per poi doppiare la voce sintetica del robot in un asettico studio, Badham piazzò il capo-burattinaio Tim Blaney fisicamente sul set, a pochi metri dall’azione, fornito di un microfono ad archetto. Blaney muoveva magistralmente la pesante testa del robot con i comandi e, contemporaneamente, recitava a voce alta tutte le battute in tempo reale, improvvisando scambi esilaranti.

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L’alchimia comica divenne così straordinariamente esplosiva che i capi della produzione dovettero prendere una decisione clamorosa. Stracciarono i piani costosissimi che prevedevano di assumere Robin Williams per il prestigioso doppiaggio finale e decisero di tenere senza alcun ritocco la voce ruvida e spontanea del burattinaio per la pellicola definitiva.

Caos in Sala Montaggio e Controversie Etniche

Il percorso verso il capolavoro finale fu pieno di ostacoli. In sala di montaggio si vissero colossali crisi di nervi. I famigerati test screening sfiorarono a più riprese il disastro.

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Il robot logorroico e i ritmi del film

Nella prima stesura, Numero 5 era un personaggio profondamente diverso. Era un chiacchierone inarrestabile e logorroico. Commentava pedantemente ogni singola cosa. Durante le sessioni di revisione, John Badham perse la pazienza. Sopraffatto dal fastidio acustico, urlò verso il monitor. Disse letteralmente: “Numero 5, per l’amor di Dio, stai zitto!”. Interi monologhi vennero tranciati via senza alcuna pietà.

Lasciarono che fossero solo i movimenti fluidi del collo a parlare. La postura insicura dei cingoli comunicava molto di più al pubblico. Furono tagliate anche intere scene per snellire la pellicola. Ad esempio, eliminarono del tutto l’incontro tra Johnny 5 e l’Omnibot 2000.

Il caso Fisher Stevens in Corto Circuito

Ci fu un’epopea shakespeariana anche per il casting. Riguardava lo stravagante scienziato indiano Ben Jabituya. A interpretarlo non fu affatto un vero attore indiano. Il ruolo andò a Fisher Stevens, un attore americano caucasico. Veniva pesantemente truccato ogni giorno per scurirsi la pelle. Usava inoltre un esagerato accento stereotipato. Oggi questa pratica verrebbe stroncata in trenta secondi. La genesi del personaggio nasconde però un dettaglio grottesco. Originariamente era un banalissimo scienziato americano.

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Non c’era alcun accenno a origini straniere. Il ruolo venne inizialmente offerto all’attore Bronson Pinchot. Pinchot accettò l’offerta. Pochissimi giorni prima di iniziare, però, abbandonò la produzione. Preferì andare a recitare nella sitcom Balki e Larry. La produzione andò nel panico e chiamò d’urgenza Fisher Stevens. Riscrissero il personaggio in una notte trasformandolo in indiano. Stevens si pagò un volo per l’India. Visse lì in mezzo alla gente per cinque intense settimane. Studiò i manierismi e la parlata locale. Offrì una performance così convincente da ingannare moltissimi spettatori.

Videogiochi Puniti, Traumi Infantili e “Devianza”

L’impatto culturale di Corto Circuito fu devastante. Il pubblico americano prese d’assalto le sale frantumando le proiezioni e incassando oltre 40 milioni di dollari in patria. A fine anno Corto Circuito superò clamorosamente ai botteghini gli incassi di colossi come La Mosca e La piccola bottega degli orrori. E, come da prassi, arrivò l’inesorabile macchina del merchandising videoludico.

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Corto Circuito L’incubo sul Commodore 64

Nel 1987 la Ocean Software pubblicò il videogioco ufficiale per il Commodore 64. Il gioco era diviso in due macro-sezioni. Il primo livello aveva un senso logico: il giocatore guidava Numero 5 nei laboratori della Nova Robotics pianificando una fuga furtiva. Era un gioco stealth divertente e sensato.

Ma il secondo livello è pura leggenda oscura. Uscito all’aria aperta, Johnny 5 – un carro armato antropomorfo pesante oltre un quintale e dotato di laser militari – doveva schivare stormi infiniti di comuni uccelli, piccioni starnazzanti e pettirossi incazzatissimi che gli piombavano addosso dal cielo per distruggerlo! Generazioni di ragazzini hanno perso il sonno imprecando contro lo schermo, cercando di salvare una letale macchina da guerra da un attacco aereo di volatili.

Da Johnny 5 a Detroit Become Human

Per capire come i videogiochi moderni abbiano ereditato questi temi filosofici, dobbiamo guardare a Detroit: Become Human della Quantic Dream. I due lavori artistici condividono il medesimo, potentissimo nucleo narrativo: il momento chirurgico e traumatico in cui la macchina rompe le invisibili catene della propria programmazione, diviene “deviante” e rivendica il diritto all’autodeterminazione. Quel potente “cortocircuito” interiore, quell’anomalia fatale del sistema che si trasforma in miracolo vitale, era già tutto lì, dietro le battute esilaranti di Numero 5. L’idea rivoluzionaria che l’anima non sia un dono divino, ma un bellissimo bug di sistema.

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Un Finale Senza Senso e un’Eredità Immortale

Da bravi critici cinematografici dobbiamo però ammettere una verità scomoda. Il finale di Corto Circuito è oggettivamente un colossale disastro narrativo e logico.

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Il lieto fine forzato contro la cruda realtà militare

Un letale robot militare sperimentale evade da una struttura governativa protettissima. Semina il caos in città. Alla fine spara raggi letali contro l’esercito degli Stati Uniti. E come si conclude questa gigantesca escalation militare? Con un lieto fine assolutamente mieloso. Johnny 5 viene nascosto e parcheggiato nei boschi. I protagonisti credono di aver fregato i servizi segreti. Inscenano furbamente la distruzione del vero robot. Si illudono su un futuro del tutto impossibile.

Pensano che Johnny possa passare l’esistenza a guardare soap opera. Dal punto di vista della scrittura, è un’assurdità sconvolgente. Il destino di Johnny 5 era irrimediabilmente segnato. Aveva appena aperto il fuoco contro i militari. Il mondo reale non tollererebbe mai una simile macchina lasciata libera. L’unica conclusione inevitabile sarebbe stato l’estremo sacrificio di Numero 5. Morire per salvare Stephanie lo avrebbe reso un eroico martire. Ma eravamo nei rassicuranti anni ’80. Le major cinematografiche volevano il sole nel cuore. Abbiamo così accettato docilmente questa gigantesca incoerenza di sceneggiatura.

L’eredità di Syd Mead dopo Corto Circuito

Nonostante l’ingenuità dell’atto conclusivo, Corto Circuito rimane una pietra miliare assoluta. L’eredità artistica lasciata da quel piccolo cingolato è immensa. Syd Mead fece un certosino lavoro di concept design. John Badham ci mise la sua straordinaria cura visionaria. Senza di loro, la Pixar non avrebbe mai creato WALL-E. Il robottino spazzino condivide tutto con Johnny 5. Hanno gli stessi grandi occhi a binocolo. Mostrano un atteggiamento curvo e sempre timido. Hanno la medesima e irrefrenabile curiosità infantile. Entrambi muovono le alette per simulare la tristezza.

Corto Circuito non è solo una commedia estiva. Ha preso di peso la fantascienza militarizzata di quel decennio. Le ha iniettato a forza un cuore caldissimo. L’intelligenza artificiale non deve essere per forza una minaccia apocalittica. Non porta necessariamente al temuto giorno del giudizio. Può invece trasformarsi in uno specchio meraviglioso. Uno specchio in cui riflettere la nostra insostituibile umanità. E voi, cosa ne pensate di questo folle viaggio? Qual è la vostra gag preferita di Johnny 5? Fatecelo sapere esplodendo di nostalgia nei commenti! Iscrivetevi subito al canale YouTube di Top Movies. Attivate la campanellina per i prossimi approfondimenti video. E se vi piace navigare nella storia del cinema non perdete anche il precedente articolo su BALLE SPAZIALI!

Alla prossima analisi!

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