Ti serve un riassunto?
Riassunto
Bentornati sulle pagine di Top Games Italia! Sappiamo benissimo che di solito su questi schermi vi parliamo di frame rate. Analizziamo motori grafici di ultima generazione e imprecazioni contro boss impossibili da sconfiggere. Discutiamo spesso dei rumor sulle console del futuro. Ogni tanto, però, risulta profondamente necessario fermarsi. Per capire davvero dove stiamo andando, dobbiamo guardarci indietro. Dobbiamo rendere un doveroso omaggio a quelle opere fondamentali. Parliamo di capolavori che hanno plasmato l’immaginario visivo di tutti noi. Hanno influenzato l’intera cultura nerd, ponendo le basi per mondi fantastici che oggi esploriamo pad alla mano.
Oggi, in questo nostro 2026, siamo a un passo da un traguardo storico. Celebriamo i quarant’anni dall’uscita nelle sale americane di un’opera seminale assoluta. Era infatti il giugno del 1986. Stiamo parlando dell’immortale Labyrinth – Dove tutto è possibile. Questo film rappresentò un disastro clamoroso al botteghino iniziale. Oggi, al contrario, lo veneriamo come una vera e propria religione pop. Parleremo di labirinti impossibili e di enigmi letali. Esploreremo la magia pratica degli anni ’80. Discuteremo dello sguardo ipnotico di David Bowie.
E sì, citeremo doverosamente anche i suoi pantaloni fin troppo attillati. Allacciate le cinture di sicurezza. Stiamo per addentrarci nei segreti più oscuri della pellicola. Scopriremo i dietro le quinte tecnici più folli. Analizzeremo le scelte produttive. Infine, sviscereremo le sue storiche incarnazioni videoludiche per computer a 8-bit. Non lasceremo comode briciole di pane per tornare indietro.
Labyrinth e La Genesi di un Flop Divenuto Leggenda
Per comprendere appieno l’impatto di Labyrinth, occorre fare un balzo temporale notevole. Torniamo ai primissimi anni ’80. La computer grafica risultava solo un lontano e confuso miraggio tecnologico. Era rigidamente confinata a pochi e goffi esperimenti accademici. La magia al cinema si realizzava in modo radicalmente diverso. Ci si sporcava letteralmente le mani nei laboratori artigianali.

Il tarlo creativo di Jim Henson
Jim Henson all’epoca rappresentava già una leggenda vivente indiscussa. Costituiva la mente brillante che aveva plasmato l’infanzia di mezzo mondo occidentale. Le sue creature di gommapiuma risultavano universalmente celebri. Henson, però, sentiva gravare sulle proprie spalle il peso enorme del suo stesso successo televisivo.
Il desiderio di superare i Muppet
Nella sua mente geniale frullava un tarlo insidioso e costante. Il regista rifiutava categoricamente di passare alla storia dell’intrattenimento in un solo modo. Odiava la limitante etichetta di “tizio che muove la rana Kermit”. Possedeva infatti un’anima profondamente e intimamente autoriale.
Desiderava ardentemente esplorare mondi molto più oscuri e complessi. Voleva creare narrazioni stratificate per un pubblico misto. Il suo obiettivo primario consisteva nel riportare in auge le fiabe vere. Parliamo specificamente di quelle ataviche, crude e viscerali tipiche della tradizione nordeuropea.
L’ombra oscura di Dark Crystal
Aveva già tentato questa rischiosa carta cinematografica in passato. Henson spinse al limite l’acceleratore del fantasy puro con l’ambizioso Dark Crystal. Uscito nel 1982, quel film costituì un’impresa tecnica letteralmente titanica.

La lezione appresa dal fallimento
L’intera pellicola vantava un cast composto esclusivamente da burattini animatronici. Non figurava un solo essere umano sullo schermo per tutta la durata. Quest’opera si rivelò però problematica dal punto di vista dell’accoglienza. Risultò, a detta di molti, decisamente troppo lugubre e angosciante.
Mancando totalmente di figure umane empatiche, faticò parecchio a conquistare le famiglie americane. Dalla tiepida ricezione ricevuta, il creatore imparò una lezione durissima ma vitale. Comprese improvvisamente che serviva un bilanciamento narrativo assolutamente perfetto e calibrato.
La ricerca del tono perfetto
Per raccontare efficacemente una storia di crescita serviva la meraviglia visiva. Risultava certamente necessaria anche l’oscurità per generare il giusto brivido. Tuttavia, occorreva assolutamente introdurre una forte dose di ironia salvifica.
Serviva disperatamente la leggerezza comica per stemperare la tensione. L’aggiunta di musiche orecchiabili appariva fondamentale. Soprattutto, la presenza di attori in carne ed ossa diventava un requisito imprescindibile. Solo così si poteva evitare il rischio di terrorizzare un’intera generazione di giovani spettatori.
La creazione del Dream Team definitivo
Con una visione molto più chiara in testa, la produzione passò rapidamente all’azione. Henson decise di riunire un gruppo di talenti straordinari e diversificati. Oggi, nel gergo spietato dello showbiz, lo definiremmo un vero e proprio Dream Team irripetibile.
LEGGI ANCHE...

L’arte grottesca di Brian Froud
Il regista partì subito dalla fondamentale direzione artistica del progetto nascente. Per il concept design richiamò immediatamente l’illustratore britannico Brian Froud. I due avevano già collaborato in modo eccellente e proficuo in passato.
Froud rappresenta la vera mente visiva dell’intero film fantastico. Costituisce il pennello magico dietro ogni singola creatura sghemba presente su schermo. Disegnò instancabilmente i mostri grotteschi, asimmetrici e incredibilmente affascinanti che popolano il labirinto. Il suo inconfondibile stile pittorico fonde sapientemente elementi gotici e suggestioni del fiabesco rurale.
Guarda il nostro ultimo video
🔔 Iscriviti al canaleL’umorismo dissacrante di Terry Jones
L’estetica eccelsa, tuttavia, non bastava a garantire un capolavoro. Il creatore voleva fortissimamente che la storia possedesse un ritmo narrativo impeccabile. Desiderava un senso dell’umorismo tagliente, profondamente cinico e vagamente folle.
Chi potevano mai chiamare per infondere queste rare caratteristiche in un copione hollywoodiano? La scelta ricadde genialmente su un ex membro dei leggendari Monty Python. Terry Jones venne infatti ingaggiato appositamente per stendere la sceneggiatura finale. Il comico portò in dote quell’umorismo irriverente e surreale tipico del famoso gruppo britannico.
La produzione affidata a George Lucas
Mancava solamente un ultimo ma cruciale tassello organizzativo. Occorreva trovare qualcuno in grado di garantire le immense coperture finanziarie necessarie. Henson alzò il telefono e chiamò un suo vecchio e fidato amico regista.
George Lucas salì entusiasticamente a bordo del progetto in veste di produttore esecutivo. Il creatore di Star Wars portò in dote finanziamenti straordinariamente robusti. Garantì inoltre un’inattaccabile credibilità commerciale agli occhi degli scettici studios californiani. Infine, fornì l’inestimabile e pionieristica esperienza tecnica della neonata Industrial Light & Magic.
La Sognatrice, il Re e le Popstar Scartate
Il nucleo narrativo di Labyrinth risiede interamente nei suoi due carismatici protagonisti. Il fulcro tematico ruota attorno al loro continuo e teso conflitto psicologico. Parliamo dell’attrazione fatale tra due figure diametralmente opposte ma speculari.

Da una parte incontriamo la giovane e inesperta Sarah. Risulta un’adolescente sognatrice, perennemente melodrammatica e spesso irritante. Si dimostra incredibilmente testarda e, all’inizio, anche piuttosto egoista nei confronti del fratellino. Dall’altra parte si erge l’enigmatico e crudele Jareth.
Alla ricerca della perfetta Sarah
La scelta dell’attrice protagonista richiese un processo insolitamente lungo e logorante per la produzione. Henson e i suoi collaboratori lavorarono letteralmente senza sosta per mesi. Visionarono centinaia di ragazze talentuose attraverso innumerevoli provini filmati.

Nomi illustri scartati dalla produzione
Fecero audizioni a tappeto vagliando praticamente mezza Hollywood emergente. La lista delle prestigiose pretendenti fa venire i brividi a leggerla oggigiorno. Nomi di assoluto spessore internazionale tentarono invano la sorte sperando nella parte.
Helena Bonham Carter offrì un’ottima e intensa performance durante i casting preliminari. Jane Krakowski e Sarah Jessica Parker si presentarono cariche di speranze. Persino Laura Dern e il futuro premio Oscar Marisa Tomei provarono a incantare i direttori del casting. Tutte desideravano ardentemente entrare nell’affascinante mondo magico di Jim Henson.
L’arrivo provvidenziale di Jennifer Connelly
Il regista, malgrado le ottime alternative, cercava qualcosa di estremamente specifico e inusuale. Rifiutava categoricamente la figura della classica eroina pura, candida e totalmente senza macchia. Cercava piuttosto un mix instabile di arroganza infantile e teatralità esasperata.
Trovò magicamente tutto questo in una giovanissima e semisconosciuta attrice. Jennifer Connelly, appena quattordicenne all’epoca, si rivelò semplicemente e indiscutibilmente perfetta per il gravoso compito. Incarnò il difficile ruolo con una maturità recitativa davvero sorprendente per la sua età. Riusciva infatti a relazionarsi in modo drammatico fissando pezzi di gommapiuma per ore.
Jareth e la folle lista dei desideri musicali
Passiamo ora rapidamente al vero e incontrastato catalizzatore dell’attenzione del pubblico. Il personaggio che ha consacrato definitivamente il film alla leggenda è l’affascinante Re dei Goblin.
L’idea iniziale di un Re animatronico
Inizialmente, l’acerba sceneggiatura non prevedeva affatto la presenza di una famosa popstar. Henson pensò addirittura di utilizzare un gigantesco e minaccioso pupazzo animatronico per interpretare il cattivo. Questo mostro meccanico si sarebbe interfacciato in modo ostile con la protagonista umana.
Riflettendo saggiamente sugli errori del passato, la direzione artistica cambiò drasticamente rotta. Tutti capirono ben presto che la musica doveva costituire il cuore pulsante del regno sotterraneo. Le canzoni dovevano rappresentare l’elemento seducente e ingannevole del male.
Michael Jackson e Prince tra i candidati
Quando la produzione decise definitivamente di puntare su un cantante famoso, si scatenò il caos organizzativo. La lista iniziale dei papabili candidati divenne ambiziosissima e quasi irrealizzabile. Immaginate di sbirciare in un folle universo parallelo e distopico.
Un mondo cinematografico in cui Jareth viene interpretato da Michael Jackson in persona. Il regista considerò questa intrigante opzione molto, molto seriamente per alcune settimane. Successivamente, i produttori valutarono anche l’inserimento dell’eccentrico Prince. Immaginarono un sovrano dei Goblin dalle marcate tinte funk e dall’aspetto fortemente androgino.
L’arrivo salvifico del Duca Bianco
Valutarono persino Mick Jagger e l’ex leader dei Police, Sting. Alla fine, dopo mille estenuanti dubbi, la scelta cadde meritatamente sull’artista concettualmente perfetto. Cercavano il musicista più poliedrico, squisitamente teatrale e camaleontico su piazza.
La decisione finale premiò l’immenso Duca Bianco in persona. Sua maestà David Bowie ottenne formalmente la parte del villain principale. Tuttavia, la prestigiosa firma sul milionario contratto non fu affatto una pura formalità immediata. La rockstar britannica non accettò subito il ruolo con enorme ed entusiastico slancio.
La riscrittura del copione per Bowie
Quando l’artista lesse la primissima bozza della sceneggiatura, storse vistosamente il naso. La trovò infatti un po’ troppo banale, infantile e priva di mordente drammatico. Rifiutava la dinamica semplicistica in cui figura la classica eroina pura contro il cattivo unidimensionale.
Terry Jones salvò fortunatamente la situazione in extremis grazie alla sua proverbiale dialettica. Lo sceneggiatore ebbe un lungo e chiarificatore colloquio privato con la celebre rockstar. Lo convinse modificando il copione e promettendogli un tono narrativo molto più sarcastico, ambiguo e stratificato.
Il fascino proibito del Re dei Goblin
Bowie non si limitò certo a svolgere il compitino basilare davanti alla cinepresa accesa. Diede letteralmente tutto se stesso per rendere indimenticabile l’esperienza visiva. Dobbiamo obbligatoriamente menzionare il suo incredibile e sconvolgente impatto estetico sullo schermo.
L’attore portò sul set londinese un’aura magica e un carisma impareggiabile. Sfoderò una capigliatura bionda cotonata destinata a fare epoca nella cultura pop. Soprattutto, indossò un guardaroba squisitamente teatrale, aderente e ammiccante. Quei particolarissimi costumi hanno innegabilmente risvegliato i primi turbamenti romantici di intere generazioni di giovani e ignari spettatori.
Un Trionfo di Animatronica ed Effetti Pratici per il successo di Labyrinth
Oggi, su Top Games Italia, risultiamo ormai tristemente assuefatti a ben altri standard visivi digitali. Lodiamo costantemente e giustamente le prodezze tecniche dell’Unreal Engine 5. Adoriamo la perfezione formale della CGI odierna, ma solo quando viene usata con intelligenza.

Labyrinth, al contrario, appartiene orgogliosamente a un’altra e lontanissima era geologica dell’intrattenimento. Rappresenta un monumentale e commovente inno alla magia puramente e strettamente analogica. Celebra in ogni suo fotogramma i defunti effetti speciali pratici.
I burattini prendono fisicamente vita
Esaminando la pellicola con gli occhi disincantati del 2026, la riflessione sorge decisamente spontanea. Comprendiamo all’istante l’inestimabile valore del sudore e della lucida follia produttiva dell’epoca. Intuiamo le estenuanti notti insonni e il puro genio ingegneristico necessari per creare quelle illusioni.
All’epoca d’oro degli sfavillanti anni ’80 non esistevano provvidenziali pixel a salvare la situazione sul set. Il salvifico mantra moderno “lo sistemiamo comodamente in post-produzione” non era ancora stato inventato dai tecnici. Se un elemento fantastico doveva muoversi dinamicamente sullo schermo, occorreva un complicato intervento umano diretto.
Gogol (Hoggle) e l’incubo dei motori radiocomandati
Prendiamo in esame uno dei co-protagonisti più complessi, burberi e amati dal grande pubblico. Parliamo del codardo nano traditore ribattezzato Gogol nell’adattamento italiano (Hoggle in lingua originale). Questo personaggio non consisteva in un comodo e leggero costume carnevalesco per figuranti.
Costituiva piuttosto una vera e propria meraviglia dell’ingegneria meccatronica di quel preciso periodo storico. Per conferirgli una parvenza di credibilità fluida, l’attrice Shari Weiser venne letteralmente infilata al suo interno. La donna gestiva fisicamente la postura volutamente goffa e la faticosa camminata claudicante.
La complessa gestione delle espressioni facciali
La testa del nano, tuttavia, generava un incubo logistico a sé stante per la troupe. Era un formidabile capolavoro di intricata robotica applicata allo spettacolo cinematografico d’intrattenimento. Veniva controllata interamente a distanza tramite l’utilizzo di sofisticate e sensibili frequenze radio.
A manovrare i comandi figuravano ben quattro esperti burattinai professionisti posizionati rigorosamente fuori campo. Questa pesante calotta meccanica nascondeva un segreto tecnologico impressionante per quegli anni. Ospitava infatti ben 18 piccolissimi motori indipendenti impiegati unicamente per gestire le fondamentali micro-espressioni facciali.
Bubo (Ludo) e la calda prigione pelosa
Passiamo conseguentemente a un’altra creatura amatissima e tecnicamente molto problematica. Analizziamo il gigantesco e mansueto Bubo (Ludo nella versione inglese originale del copione). Parliamo del tenero creatore di terremoti vocali capace di richiamare magicamente le pesanti rocce.
Il suo mastodontico e iconico costume generava una vera e propria trappola mortale termica sul set. Pesava spaventosamente oltre 30 chili ed era interamente composto da una densa massa di peli sintetici ignifughi. Questo mix infernale lo rendeva incredibilmente caldo, terribilmente ingombrante e pericolosamente asfissiante.
La sfida fisica di Ron Mueck
L’attore coraggioso rinchiuso al suo interno rischiava costantemente un improvviso collasso fisico per disidratazione severa. All’interno di questa enorme mostruosità pelosa e arancione sudava copiosamente l’attore Ron Mueck. (Curiosamente, l’uomo è poi diventato uno scultore iperrealista di immensa e planetaria fama mondiale nei decenni successivi).
Mueck pativa un problema logistico enorme durante le concitate riprese action. Non ci vedeva assolutamente nulla dall’interno della spessa e impenetrabile maschera bestiale. Necessitava quindi di un minuscolo monitor video montato artigianalmente davanti agli occhi per evitare di distruggere l’intera scenografia circostante inciampando.
Creature iconiche e secondarie terrificanti
L’universo grottesco del film pullula di memorabili personaggi secondari curati in modo assolutamente maniacale. Jim Henson rifiutava costantemente di lasciare il benché minimo dettaglio al puro caso estetico.
Sir Didymus e il prode cane Ambrogio
Un personaggio che ruba prepotentemente e simpaticamente la scena risulta essere Sir Didymus. Questa minuscola e agguerrita volpe antropomorfa si crede fermamente un invincibile cavaliere medievale senza macchia. Per muoversi agilmente, cavalca spavaldamente un gigantesco e perennemente codardo cane da pastore vero.
L’illusione visiva richiese l’impiego geniale di tecniche miste sul set. In alcune scene ravvicinate si usava un classico burattino a mano manovrato dal basso verso l’alto. Nelle inquadrature ampie a figura intera, un vero cane addestrato correva trasportando un finto manichino meccanizzato sul dorso.
I terribili e smontabili Fireys (Ghiottoni)
Giungiamo finalmente all’incubo ricorrente di ogni bambino cresciuto negli spensierati anni ’80. Parliamo dei Fireys, conosciuti popolarmente in Italia con il nome di Ghiottoni. Incontriamo queste selvagge creature rosse in una spaventosa, frenetica e lisergica sequenza musicale all’interno della foresta oscura.
Risultano tristemente famosi e temuti per una loro peculiare e disturbante caratteristica anatomica sovrannaturale. Possono infatti staccarsi allegramente e tranquillamente i propri arti corporei a totale piacimento durante la danza.
La magia del teatro nero di Praga
Per realizzare visivamente questa sequenza folle, la produzione utilizzò un vecchio ma efficacissimo trucco scenico teatrale. Sfruttò abilmente una complessa e costosissima variante della celebre tecnica del teatro nero di Praga.
I burattinai professionisti indossavano pesanti tute di velluto completamente nere dalla testa ai piedi. Recitavano muovendosi furtivamente davanti a un immenso fondale altrettanto nero e opaco. Questo ingegnoso stratagemma permetteva agli arti finti e scollegati di fluttuare apparentemente nel vuoto totale, generando sincero sgomento.
Le sfere di cristallo e l’illusione ottica perfetta
Il trucco pratico che ancora oggi lascia letteralmente basiti i maghi degli effetti speciali riguarda specificamente David Bowie. Avete presente le iconiche e ipnotiche sequenze in cui Jareth maneggia quelle pesanti sfere di vetro trasparente?
Le fa scorrere abilmente, fluidamente e magicamente tra le lunghe dita senza il minimo e apparente sforzo fisico. Le fa rotolare dolcemente sui palmi e sul dorso delle mani come se fossero totalmente prive di gravità terrestre. Ebbene, sveliamo un fastidioso altarino hollywoodiano dietro questa scena indimenticabile.
Le mani invisibili di Michael Moschen
David Bowie non possedeva assolutamente le capacità balistiche per eseguire un simile numero da circo. Quelle dita agili nei primissimi piani non appartengono affatto al celebre e compianto cantante rock britannico.
Sono in realtà le mani allenatissime del coreografo e fenomenale giocoliere professionista Michael Moschen. Moschen era fisicamente presente sul set principale durante i difficili ciak ravvicinati. Stava accovacciato in una posizione fisica totalmente innaturale e scomodissima per la sua schiena. Risultava incastrato a forza proprio dietro la figura longilinea di Bowie, nascosto dall’ampio mantello scuro.
La giocoleria completamente alla cieca
Il povero Moschen faceva scivolare lentamente le proprie braccia sotto le ascelle del musicista ignaro. Si posizionava davanti al petto dell’attore e manovrava le sfere completamente alla cieca. La sua visuale era totalmente bloccata dal corpo del cantante.
Si basava esclusivamente e disperatamente sulla sua pazzesca e infallibile memoria muscolare acquisita in anni di duro allenamento. Eseguiva i complessi movimenti ascoltando unicamente le urla direttive del regista nascosto dietro la cinepresa. Ci vollero decine di ciak estenuanti e parecchie sfere dolorosamente frantumate per ottenere il risultato finale visibile nel film.
Le scale capovolte di Escher e il gran finale
Menzione speciale merita l’incredibile e vertiginosa sequenza conclusiva ambientata all’interno del castello onirico di Jareth. Quel dedalo geometricamente folle e architettonicamente incomprensibile omaggia direttamente le opere del famoso artista matematico M.C. Escher.
La produzione costruì un’immensa e pericolosa scenografia tridimensionale in solido legno e gesso all’interno dei giganteschi Elstree Studios. Lì, attori e controfigure dovevano muoversi e saltare sfidando visivamente la percezione della gravità da parte del pubblico. Furono impiegati angoli di ripresa estremi e immensi trompe-l’œil dipinti a mano per perfezionare l’illusione ottica finale.
Il Cuore Pulsante e il Ritmo di Labyrinth
L’impatto visivo di Labyrinth risulta oggettivamente formidabile. Tuttavia, la pellicola non sarebbe mai assurta allo status di immortale capolavoro generazionale senza la sua superba componente musicale. La colonna sonora svolge un ruolo narrativo di primaria e inestimabile importanza.

Le composizioni originali di David Bowie
Il Duca Bianco, come già sottolineato, abbracciò l’intero progetto cinematografico con dedizione quasi maniacale. Si rinchiuse nel suo studio londinese di registrazione per svariate e produttive settimane consecutive.
Scrisse, compose e cantò appositamente ben cinque magnifiche canzoni originali per la tracklist ufficiale della pellicola fantasy. Questi eccellenti brani pop non costituiscono semplici e banali riempitivi commerciali inseriti a forza per vendere dischi promozionali. Si integrano invece organicamente nella trama, fungendo spesso da intensi dialoghi musicali esplicativi.
Magic Dance e il mistero dei vagiti registrati in Labyrinth
Il brano in assoluto più celebre, orecchiabile e commercialmente trascinante rimane senza dubbio l’iconica “Magic Dance”. Questa allegra canzone accompagna la scena in cui Jareth balla circondato da decine di burattini rumorosi e molesti.
Il pezzo richiede numerosi e fastidiosi versi infantili in sottofondo per risultare credibile. Bowie provò inizialmente a far piangere un vero neonato portato in sala di registrazione per l’occasione. Il piccolo, clamorosamente, non collaborò affatto, rimanendo in totale e rilassato silenzio davanti al grosso microfono acceso. Bowie, divertito, decise quindi di incidere personalmente tutti i vagiti e i gorgoglii necessari imitando la voce di un bambino.
Il monumentale score strumentale di Trevor Jones
Le eccezionali canzoni pop interpretate dalla rockstar tendono comprensibilmente a rubare tutta la scena mediatica e l’attenzione degli ascoltatori casuali. Non dobbiamo però commettere l’errore di dimenticare l’immenso e fondamentale lavoro orchestrale di sottofondo che permea l’intera opera.
La magnifica colonna sonora strumentale venne interamente composta dal talentuosissimo musicista britannico Trevor Jones. L’artista creò uno score affascinante mescolando sapientemente i sintetizzatori elettronici all’avanguardia dell’epoca, come il celebre Synclavier. Unì questi suoni sintetici con maestosi e classici arrangiamenti orchestrali d’impatto, sottolineando meravigliosamente la tensione esplorativa dell’eroina dispersa.
Labyrinth sul Commodore 64
Noi di Top Games Italia abbiamo l’obbligo morale e professionale di esplorare un ulteriore aspetto fondamentale di questa vasta saga. Parliamo specificamente della sua vitale e storicamente rilevantissima incursione nel mercato nascente dell’intrattenimento elettronico casalingo.

In concomitanza strategica e commerciale con l’uscita del film nel 1986, debuttò un videogioco ufficiale estremamente innovativo per l’epoca. L’ambito titolo venne sviluppato e programmato dalla leggendaria, creativa e compianta divisione software Lucasfilm Games.
La Lucasfilm Games entra in gioco pesantemente
All’epoca dei fatti narrati, i tie-in videoludici cinematografici risultavano mediamente pessimi, raffazzonati e concettualmente poverissimi. Spesso si trattava di banali cloni platform programmati in pochissime settimane per spillare preziosi contanti ai videogiocatori più ingenui.
La Lucasfilm Games, supervisionata da George Lucas, possedeva invece ambizioni artistiche nettamente superiori e rispettabili. Il team interno voleva creare un prodotto complesso che rispecchiasse fedelmente l’enigmatica, sadica e punitiva natura della pellicola in questione.
Il geniale contributo letterario di Douglas Adams
Per raggiungere questo titanico e complesso obiettivo, la software house californiana compì un’autentica magia produttiva clamorosa. Oltre ai brillanti programmatori informatici, l’azienda coinvolse un ospite esterno di assoluta eccezione per le fasi cruciali di brainstorming.
Partecipò infatti al design un celebre autore letterario britannico di nome Douglas Adams. Esatto, stiamo parlando del famosissimo e geniale creatore della Guida galattica per gli autostoppisti. Adams scrisse personalmente enigmi totalmente illogici e dialoghi taglienti che replicavano perfettamente il caustico e surreale umorismo del copione cinematografico.
Un’interfaccia di gioco veramente rivoluzionaria
Il videogioco di Labyrinth venne pubblicato per Commodore 64, Apple II e il diffuso standard hardware giapponese MSX. Al netto della grafica sgranata a bassissima risoluzione tipica degli 8-bit, il software si rivelò un vero e proprio pioniere assoluto.

Fino a quel momento storico, le pesanti avventure testuali richiedevano di digitare manualmente comandi sintattici molto complessi sulla tastiera del computer. Bisognava sfidare costantemente e frustrantemente l’inflessibile, stupido e limitato parser linguistico del programma che raramente comprendeva i sinonimi più comuni.
Il primo embrione del leggendario sistema SCUMM
Il team decise coraggiosamente di rivoluzionare completamente questo farraginoso e noioso paradigma testuale di base. Introdusse una rudimentale interfaccia grafica caratterizzata da innovative liste di verbi e oggetti scorrevoli posizionate in fondo allo schermo.
Il giocatore poteva agevolmente comporre complesse frasi interattive semplicemente spostando il joystick direzionale. Questo fluido e intuitivo sistema fu il primissimo seme concettuale sperimentale da cui, l’anno successivo, Ron Gilbert trasse profonda ispirazione. Creò così il leggendario e immortale motore SCUMM, destinato a cambiare la storia videoludica per opere come Monkey Island e soci.
Le meccaniche punitive e il timer implacabile
Tornare a giocare oggi, nel comfort del 2026, a Labyrinth sul glorioso Commodore 64 garantisce un’esperienza masochistica e traumatica indimenticabile. Il level design dell’epoca non faceva alcuno sconto e non prevedeva tutorial rassicuranti o aiuti esterni per i novellini inesperti.
Gli enigmi concepiti da Adams risultano spietati, punitivi e spesso crudelmente avari di indizi logici risolutivi evidenti. Inoltre, esattamente come nel film originale, il videogiocatore dispone di sole 13 misere ore di tempo virtuale scorrevole. Questo limite implacabile aggiunge un livello di ansia davvero opprimente a ogni singola azione compiuta, portando facilmente al game over prematuro.
Labyrinth va Oltre la Semplice Fiaba
Se Labyrinth resiste graniticamente alla durissima prova del tempo decennio dopo decennio, il motivo risulta profondamente radicato nella sua stesura. Il film nasconde livelli di lettura molto profondi, complessi e psicologicamente stratificati sotto la sua coloratissima apparenza fantasy per famiglie.

L’influenza palese di Lewis Carroll e delle fiabe classiche
La struttura narrativa del tortuoso viaggio eroico rende esplicito e orgoglioso omaggio ai grandissimi classici della letteratura mondiale. Nella prima scena, la disordinata camera della ragazza sfoggia copie usurate delle favole di Grimm e libri sul Mago di Oz.
Tuttavia, l’ispirazione dominante e più massiccia sull’intero intreccio dellombroso universo di Henson è inequivocabilmente Alice nel Paese delle Meraviglie. Sarah precipita rovinosamente in un mondo sotterraneo irrazionale dove la logica terrestre subisce un costante e sadico ribaltamento paradossale. I bizzarri e logorroici personaggi che l’adolescente incontra costituiscono ostacoli viventi che scardinano brutalmente le sue fragili e infantili certezze.
Il significato psicologico dell’Ombra Junghiana
Analizzando la complessa trama in chiave puramente psicanalitica junghiana, il personaggio di Jareth assume connotati interpretativi molto specifici e affascinanti. Il crudele Re diventa la perfetta e seducente incarnazione fisica dell’Ombra interiore repressa della giovane e problematica protagonista in fase di crescita.
Rappresenta magistralmente l’inconscio oscuro, sessualizzato e pulsante di una ragazza terrorizzata dalle pesanti responsabilità imminenti della vita adulta. Sconfiggere definitivamente Jareth non equivale a trucidare brutalmente un classico mostro bidimensionale con armi convenzionali. Significa piuttosto integrare coraggiosamente quella parte oscura nella propria psiche, accettando con estremo dolore la dolorosa fine della spensierata innocenza infantile.
Il Disastro Iniziale al Botteghino e la Rinascita in Home Video di Labyrinth
Riportiamo brutalmente i piedi sulla terra per analizzare freddamente i gelidi e impietosi numeri finanziari californiani. Possedendo una star mondiale assoluta del rock come villain principale e musiche eccezionali, le premesse economiche apparivano solidissime per gli investitori. Insomma, l’ambiziosa e costosa pellicola di Henson ottenne sicuramente un monumentale trionfo planetario istantaneo fin dal primo weekend, giusto?

L’accoglienza gelida della critica americana
Sbagliato, anzi, storicamente ed economicamente falsissimo e tragicamente inesatto. Il film si rivelò un disastro epocale, causando un vero e proprio buco nero nei bilanci delle avide major hollywoodiane coinvolte. Costato ben 25 milioni di dollari in fase produttiva, ne recuperò faticosamente solo una piccola e deludente frazione in Nord America.
La critica specializzata dell’epoca stroncò violentemente l’opera, dimostrandosi fredda, profondamente confusa e disorientata dal risultato finale proiettato sullo schermo. I severi recensori giudicarono il tono narrativo decisamente troppo schizofrenico. Non apprezzarono quel continuo fluttuare sgraziato tra la commedia fiabesca infantile e le oscure, conturbanti atmosfere gotiche cariche di pesanti sottotesti sessuali maturi.
Il cuore infranto e la morte di Jim Henson
Il drammatico e conclamato fallimento commerciale di Labyrinth ai botteghini devastò letteralmente la fragile e creativa anima di Jim Henson. Chi lavorava abitualmente e quotidianamente al suo fianco confermò in seguito l’impatto devastante che questa immeritata bocciatura scatenò nel regista.

Quella cocente e inaspettata delusione creativa lo intristì profondamente e in modo irreversibile negli ultimi, difficili anni della sua fulgida carriera. Sfortunatamente, il geniale animatore non visse abbastanza a lungo per assistere in prima persona alla lenta ma formidabile e giusta rivalutazione della sua opera più coraggiosa, spirando improvvisamente e prematuramente nel 1990.
Il miracolo economico del formato VHS domestico
Il freddo e avaro responso dei botteghini non possiede quasi mai l’ultima e inappellabile parola riguardo al vero valore artistico di un’opera. Grazie alla successiva, esplosiva diffusione del nascente e lucrativo mercato dell’home video casalingo, i destini dell’incompreso film cambiarono drasticamente rotta.
Le logore e spesse videocassette VHS, noleggiate compulsivamente nei weekend piovosi, permisero alla magia sotterranea di fare breccia nei salotti di milioni di famiglie. I ragazzini della cosiddetta Generazione X e i primi Millennial consumarono letteralmente i fragili nastri magnetici a furia di innumerevoli revisioni estatiche, trasformando un clamoroso disastro di incassi in un immortale, intoccabile e redditizio fenomeno di culto.
E quindi che né pensate della storia di Labyrinth?
Eccoci finalmente giunti all’agognata conclusione del nostro lungo, intricato e nostalgico viaggio a ritroso nel magico tempo perduto degli anni Ottanta. Cosa ne pensate sinceramente del glorioso, inossidabile e sfaccettato mito di Labyrinth a quasi quarant’anni esatti dalla sua complessa e travagliata uscita originale? Siete iscritti orgogliosamente al partito dei puristi che lo considerano un capolavoro totale e storicamente inattaccabile, oppure credete che i feroci critici dell’epoca avessero parzialmente ragione evidenziandone i vistosi difetti narrativi strutturali?
Per caso avete mai provato faticosamente a risolvere la punitiva e cervellotica avventura grafica sviluppata sapientemente dai programmatori della geniale Lucasfilm Games imprecando contro lo spietato timer? Qual è il bizzarro personaggio secondario in gommapiuma che vi ha causato i peggiori traumi infantili guardando distrattamente le vecchie VHS (ovviamente ci riferiamo a voi, maledetti Ghiottoni smontabili)?
Scriveteci assolutamente la vostra opinione qui sotto nell’apposita e sempre aperta sezione commenti del portale. Non dimenticate di demolire fisicamente a clic il provvidenziale tasto del like se questo corposo e dettagliatissimo speciale vintage vi ha regalato un piccolo brivido di autentica nostalgia canaglia. Condividete velocemente l’articolo sui social network, iscrivetevi subito al meraviglioso canale YouTube ufficiale di Movies Italia e attivate la campanellina delle notifiche per non perdervi nessuna delle nostre prossime, imperdibili storie sul mondo del cinema e dei videogiochi. Un caro saluto e alla prossima retrospettiva!










