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Riassunto
Chi di voi ha mai usato un pollo di gomma con una carrucola in mezzo per risolvere un enigma? Ok, vedo già qualche veterano delle avventure grafiche sorridere. E se questa frase non vi dice nulla, niente paura: siete nel posto giusto per scoprire un genere di videogiochi in cui anche gli oggetti più assurdi possono aprire la strada a avventure indimenticabili.
Le avventure grafiche punta-e-clicca hanno regalato gioie e grattacapi a intere generazioni di giocatori. Dall’epoca d’oro degli anni ’90, quando dominavano LucasArts e Sierra, fino alla rinascita indie degli ultimi anni, questi giochi ci hanno fatto spremere le meningi con enigmi folli, ridere di gusto grazie a dialoghi brillanti e affezionare a personaggi memorabili.
In questo articolo vi presentiamo dieci capolavori del genere che bisogna assolutamente giocare almeno una volta nella vita. Che siate nostalgici in cerca di un tuffo nel passato o nuovi giocatori curiosi di capire perché si parla ancora con affetto di questi titoli, troverete pane per i vostri denti (anzi, per i vostri mouse!). Preparatevi a un viaggio tra pirati zombie, tentacoli mutanti, conigli ipercinetici e investigatori improvvisati: ecco la nostra top 10 (in ordine sparso) delle migliori avventure grafiche di sempre. Pronti a cliccare? Partiamo!
Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge
Monkey Island 2 non ha bisogno di molte presentazioni: è il sequel per eccellenza, quello che ha preso tutto ciò che c’era di bello nel primo Monkey Island e l’ha portato a un livello superiore. Uscito nel 1991 e sviluppato da LucasArts, questo gioco ci rimette nei panni del giovane pirata improvvisato Guybrush Threepwood, alle prese con la vendetta del suo nemesi zombie-pirata, LeChuck. Ambientato nei Caraibi più strampalati mai visti, tra isole tropicali piene di personaggi bizzarri, voodoo e tesori leggendari, MI2 riesce a mescolare umorismo surreale ed enigmi geniali come pochi altri titoli sanno fare.
Chi ha giocato a Monkey Island 2 ricorderà per sempre l’ormai mitologico enigma della scimmia usata come chiave inglese. Questo puzzle in particolare ha fatto impazzire schiere di giocatori (specie in Italia, dove la battuta sul “monkey wrench” si perdeva nella traduzione), ma a distanza di anni lo raccontiamo ancora con un sorriso. La pixel art coloratissima e la colonna sonora che mischia motivi caraibici e jazz rendono l’atmosfera di questo gioco semplicemente unica. E come dimenticare il finale folle e inaspettato, che ancora oggi fa discutere i fan? Monkey Island 2 è un concentrato di trovate brillanti e momenti memorabili che ha definito lo standard per le avventure grafiche degli anni ‘90.
Umorismo pirata e finali a sorpresa
Perché bisogna giocare almeno una volta a Monkey Island 2? Perché è un pezzo di storia del gaming: il suo umorismo demenziale ma intelligente ha influenzato un’intera generazione di sviluppatori, e molte battute di Guybrush sono entrate nell’immaginario collettivo dei giocatori. Ancora oggi, prendere in mano MI2 significa ritrovarsi catapultati in un’esperienza che non sente il peso degli anni: grazie a una scrittura brillante e puzzle mai banali, il divertimento è garantito anche per chi lo gioca la prima volta nel XXI secolo. Inoltre, il gioco è facilmente reperibile in versione Special Edition rimasterizzata (con doppiaggio e grafica aggiornata), ma i veri puristi potranno sempre affrontarlo in modalità retro per gustarsi ogni pixel come nel 1991. LeChuck’s Revenge resta un’avventura imperdibile: una volta salpati con Guybrush per queste isole caraibiche, non vorrete più scendere a terra!

Grim Fandango
Grim Fandango occupa un posto speciale: è un’avventura noir ambientata… nell’aldilà! Uscito nel 1998 per LucasArts e diretto dal vulcanico Tim Schafer, questo titolo ci mette nei panni di Manuel “Manny” Calavera, uno scheletro in smoking che lavora come agente di viaggi per dipartite anime nel Dipartimento della Morte. Immaginate un incrocio tra un film di Humphrey Bogart e il folklore del Día de los Muertos messicano, condito con dialoghi arguti e situazioni surreali: ecco a voi Grim Fandango. Manny vive un’epopea attraverso la Terra dei Morti: attraversa città ispirate all’art déco, locali jazz fumosi e deserti popolati da demoni meccanici, alla ricerca di Mercedes “Meche” Colomar, una giovane anima in pericolo, e nel tentativo di sventare una cospirazione di corruzione nell’aldilà.
Grim Fandango colpisce per la sua atmosfera unica: è al tempo stesso esilarante e malinconico. Accanto a battute divertenti (Manny ha un umorismo secco da detective consumato) il gioco offre momenti di sorprendente poesia e riflessione sulla vita (e sulla morte). Un vero salto di qualità per le avventure LucasArts, che qui sperimentò con personaggi 3D su sfondi pre-renderizzati e un tono narrativo più maturo rispetto ai vari Monkey Island o Day of the Tentacle. All’epoca fece discutere l’assenza del classico puntatore. In Grim si controllava Manny direttamente con tastiera o gamepad, ma ci si abitua presto e ne vale la pena per godersi enigmi ben congegnati e dialoghi brillanti. Non a caso Grim Fandango vinse premi come miglior gioco dell’anno e rimane tuttora un cult imperdibile per chi ama i videogiochi con una forte identità artistica.
Umorismo e poesia nel regno dei morti
Se amate le atmosfere noir e le storie ben scritte, Grim Fandango è un’esperienza da vivere almeno una volta. Pochi giochi possono vantare un mondo così originale e personaggi tanto carismatici – basti pensare al demone meccanico autista di Manny o al suo capo dal sarcasmo tagliente. Ogni dialogo è un piccolo spettacolo di scrittura, capace di farvi ridere e un attimo dopo farvi pensare. Ancora oggi, nonostante la tecnologia dell’epoca, il gioco regge benissimo grazie allo stile grafico stilizzato e alla fantastica colonna sonora jazz (che vi rimarrà in testa a lungo). E per i nuovi giocatori, c’è la versione Remastered del 2015 che rende il tutto più accessibile su piattaforme moderne, senza perdere un briciolo del fascino originale. Grim Fandango non è solo un gioco: è un viaggio nell’oltretomba che vi farà ridere, emozionare e riflettere – un vero capolavoro intramontabile da assaporare almeno una volta nella vita.

Simon The Sorcerer Origins
Simon The Sorcerer Origins è il prequel ufficiale di una saga cult degli anni ‘90. Per chi non conoscesse l’originale, la serie vede protagonista Simon, un adolescente inglese trasportato in un mondo fantasy dove con la sua lingua tagliente (e qualche incantesimo) affronta il perfido stregone Sordid. La saga originale di Simon ha conquistato tanti giocatori europei a metà anni ‘90 grazie al suo umorismo british e alle situazioni assurde. Dopo decenni di silenzio (a parte un paio di sequel meno fortunati), finalmente Simon si riaffaccia sulla scena videoludica con Origins.
Sviluppato dallo studio italiano Smallthing Studios, che tra l’altro abbiamo visitato di persona e vi invitiamo a recuperare l’articolo dedicato, e pubblicato da ININ Games, Simon The Sorcerer Origins è un tuffo nel passato con occhio moderno. La storia è ambientata qualche settimana prima degli eventi del primo gioco, presentandoci un Simon più giovane ma già carico di sarcasmo. La grafica questa volta abbandona la pixel art per abbracciare uno stile cartoon disegnato a mano, ispirato ai film d’animazione anni ’90 (pensate ai classici Disney di quell’epoca).
Il risultato è un mondo colorato e vivo, dove ogni scena sembra uscita da un cartone animato interattivo. Ma non temete: nonostante l’aspetto rinnovato, il gameplay resta fedele al genere punta-e-clicca, con enigmi da risolvere combinando oggetti bizzarri e dialoghi pieni di battute. Gli sviluppatori promettono di mantenere lo spirito irriverente e scanzonato dei titoli originali, strizzando l’occhio ai fan di lunga data con citazioni e personaggi familiari, ma al tempo stesso rendendo il gioco accessibile e appetibile anche per i nuovi giocatori.
Magia anni ‘90 in chiave moderna
Perché includere Simon The Sorcerer Origins tra le avventure da giocare almeno una volta? Innanzitutto perché rappresenta la rinascita di un classico: non capita spesso che dopo 30 anni una saga torni in azione. Questo prequel è l’occasione perfetta sia per i nostalgici (che potranno ritrovare quelle atmosfere fantasy-demenziali in una veste nuova) sia per chi non ha mai conosciuto Simon (che potrà iniziare la saga direttamente dalle origini, senza bisogno di recuperare i vecchi titoli).
Il gioco promette un equilibrio riuscito tra tradizione e innovazione: tutti gli elementi tipici delle avventure punta-e-clicca classiche, ma con controlli moderni e ritmi più snelli adatti al pubblico di oggi. E come ciliegina sulla torta nerd, il team di sviluppo ha ottenuto il benestare del “papà” della serie, Simon Woodroffe. Insomma, Simon The Sorcerer Origins è più di un’operazione nostalgia: è la prova che la magia delle avventure grafiche può incantare nuove generazioni.

Full Throttle
Nel 1995 LucasArts decise di mettere il turbo alle avventure grafiche con Full Throttle, un gioco che profuma di benzina, cuoio e rock ’n’ roll. Qui abbandoniamo pirati e isole tropicali: l’ambientazione è un futuro prossimo post-industriale, tra autostrade desertiche e gang di motociclisti. Il protagonista Ben Throttle è il leader dei Polecats, una banda di biker duri e puri. Quando Ben viene incastrato in un complotto omicida ai danni del fondatore di una compagnia di moto (la Corley Motors), si ritrova braccato dalla legge e dai rivali, costretto a lottare per salvare la propria banda e sventare i piani di un CEO senza scrupoli. Un’avventura “on the road” atipica, insomma, che mescola inseguimenti spettacolari, scazzottate in moto e naturalmente enigmi punta-e-clicca.
In Full Throttle il ritmo è più serrato rispetto alle avventure classiche, con tante sequenze cinematografiche e momenti di azione interattiva. Memorabile la colonna sonora hard rock firmata dai The Gone Jackals, che accompagna a dovere le scorribande di Ben. E che dire dei personaggi? Ben è l’epitome dell’anti-eroe taciturno ma carismatico, e il villain Adrian Ripburger è così odioso che amerete odiarlo. Tra un combattimento a colpi di catena contro biker rivali e puzzle creativi (come usare un razzo per spiccare un salto con la moto), il gioco vi tiene incollati fino al gran finale ad alta velocità. Pur non essendo lungo, ogni minuto di Full Throttle trasuda stile e atmosfera da cult movie.
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Full Throttle va giocato almeno una volta perché è un vero concentrato di coolness anni ’90 applicata al genere adventure. Nessun altro titolo vi farà sentire il vento tra i capelli e l’asfalto che scorre sotto di voi mentre risolvete enigmi! La sua breve durata lo rende perfetto anche per chi ha poco tempo ma non vuole perdersi un pezzo di storia videoludica: in poche ore vivrete un’esperienza intensa, quasi fosse un film interattivo. Inoltre, Full Throttle dimostra quanto poteva essere vario il mondo delle avventure grafiche – non solo fantasy o misteri, ma anche azione e motori rombanti. Rigiocarlo oggi (magari nella versione Remastered del 2017, con grafica aggiornata) significa fare un tuffo in un’epoca in cui LucasArts poteva osare qualsiasi cosa. Se l’idea di un biker che risolve i problemi tanto con i pugni quanto con l’ingegno vi intriga, mettete in moto la vostra Harley virtuale e date gas!

Broken Sword 2: La Profezia dei Maya
Broken Sword 2: The Smoking Mirror (in Italia “La Profezia dei Maya”), con in sviluppo una edizione reforged, è il secondo capitolo dell’amatissima saga creata dalla Revolution Software. Uscito nel 1997, questo gioco ci riporta nelle vite di George Stobbart (il turista americano con il talento di ficcarsi nei guai) e Nicole “Nico” Collard (l’intraprendente giornalista francese). Stavolta l’avventura parte da Parigi ma ben presto catapulta i nostri eroi in una trama fatta di antichi artefatti Maya, eclissi solari, divinità malvagie intrappolate in specchi sacri e – perché no – persino un cartello di narcotrafficanti disposto a tutto pur di scatenare forze oscure. Insomma, un mix esplosivo tra thriller moderno e leggenda precolombiana.
Broken Sword 2 si distingue per il suo tono da film d’avventura: se siete amanti di Indiana Jones e dei misteri esotici, qui vi sentirete a casa. La grafica disegnata a mano è ricca di dettagli e dona un taglio cinematografico alle scene (alcune sequenze animate sembrano uscite da un cartoon di qualità). Pur avendo meno comicità slapstick rispetto ai titoli LucasArts, il gioco non rinuncia a dialoghi arguti e a quel pizzico di ironia “europea” che aveva già reso iconico il primo episodio.
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George, con il suo sarcasmo da yankee spiazzato dalle eccentricità altrui, e Nico, con la sua astuzia, formano una coppia adorabile e complementare. Non mancano enigmi classici punta-e-clicca tra antiche rovine e situazioni impreviste, con oggetti da combinare in modi tanto improbabili quanto ingegnosi. Il tutto accompagnato da una colonna sonora avventurosa e per noi italiani, da un doppiaggio in italiano davvero ben fatto, che aumenta l’immersione.
Misteri Maya e intrighi esotici
Perché inserire Broken Sword 2 tra le avventure imperdibili? Perché è un perfetto esempio di come un videogioco possa farvi viaggiare con la mente: giocando, passerete da Parigi ai Caraibi, dalle giungle del Centro America a remote isole, seguendo una trama degna di un romanzo. È un’avventura che mescola storia, mito e suspense, tenendovi incollati allo schermo per scoprire il prossimo colpo di scena.
Pur essendo un sequel, il gioco è godibilissimo anche da solo (c’è un comodo riepilogo del primo episodio) e potrebbe persino invogliarvi a recuperare tutta la saga. Ancora oggi Broken Sword 2 regge bene: la grafica è invecchiata con eleganza e l’ottima scrittura lo rendono fruibile anche dai giocatori moderni, tanto che ne esiste una versione rimasterizzata per piattaforme recenti.
Se amate risolvere enigmi immersi in antiche cospirazioni e atmosfere alla Indiana Jones, questo titolo non può mancare nel vostro curriculum di avventurieri.

Day of the Tentacle
Day of the Tentacle (1993), seguito del leggendario Maniac Mansion, è un concentrato di comicità cartoon e puzzle geniali basati sui viaggi nel tempo. La premessa? Il malvagio Tentacolo Viola (un buffo mutante uscito da un esperimento andato storto) vuole conquistare il mondo.
Toccherà a tre improbabili eroi fermarlo: Bernard (il nerd timidone), Laverne (una studentessa di medicina svitata) e Hoagie (un roadie metallaro). Un incidente con la macchina del tempo li blocca in tre epoche diverse: Hoagie nel 1776 all’epoca di Washington e Jefferson, Laverne in un futuro dove i tentacoli dominano sugli umani, e Bernard nel presente. Ne nasce una serie di enigmi a catena tra passato, presente e futuro che definire folli è poco!
Day of the Tentacle è puro divertimento senza freni: ogni schermata è ricca di gag, citazioni (dai cartoon classici alla storia americana) e trovate assurde. I puzzle multi-temporali sono tra i più ingegnosi mai concepiti: bisogna pensare in modo “quadrimensionale”, ad esempio facendo fare qualcosa a Hoagie nel passato per cambiare il futuro di Laverne, o inviando oggetti tramite una toilette del tempo (sì, sul serio) da un’epoca all’altra.
E nonostante tutto il caos, il gioco riesce a fornire indizi sufficienti per non farvi bloccare. Artisticamente, DOTT sembra un cartone animato giocabile: colori sgargianti, animazioni fluidissime e personaggi iper-caricaturali. Non a caso alla direzione creativa c’erano Tim Schafer e Dave Grossman, e il risultato è una comicità surreale degna dei migliori film di animazione.
Tre epoche e un tentacolo viola
Giocare a Day of the Tentacle almeno una volta nella vita è quasi un dovere per chi ama ridere con i videogiochi. Questa avventura è un manuale di game design comico: dimostra che non esistono limiti alla fantasia quando si tratta di inventare soluzioni ai puzzle.
Anche a distanza di anni, DOTT rimane freschissimo: la Remastered Edition del 2016 ha ripulito la grafica e l’audio, permettendo ai nuovi giocatori di goderselo al meglio, ma persino l’originale del 1993 riesce ancora a strappare risate sincere. Inoltre, Day of the Tentacle è una finestra su un’epoca d’oro in cui LucasArts osava sperimentare con idee pazze e personaggi indimenticabili.
Se volete capire perché il Tentacolo Viola è diventato un’icona (ha perfino magliette e pupazzetti dedicati!), non vi resta che lanciarvi in questo viaggio temporale demenziale. Vi divertirete un mondo!

Thimbleweed Park
Saltiamo avanti nel tempo fino al 2017, anno in cui due veterani delle avventure grafiche (Ron Gilbert e Gary Winnick, gli autori originali di Maniac Mansion) hanno deciso di regalarci un tuffo nel passato con Thimbleweed Park.
Questo titolo indie è una dichiarazione d’amore alle classiche avventure punta-e-clicca, ma con una storia inedita dal sapore mystery. L’avventura si apre nel 1987 con un omicidio in una sperduta cittadina americana chiamata Thimbleweed Park: un cadavere ritrovato sotto un ponte, due agenti federali un po’ sospetti (l’agente Ray, cinica e navigata, e l’agente Reyes, giovane e impacciato) chiamati a investigare, e un cast di personaggi locali tra il bizzarro e l’inquietante.
A prima vista sembra di trovarsi in un episodio di Twin Peaks o X-Files, ma filtrato attraverso l’umorismo tagliente di Gilbert. Presto la trama si allarga e ci ritroviamo a controllare ben cinque personaggi giocabili (dall’ex clown maledetto Ransome alla programmatrice nerd Delores), ognuno con i propri obiettivi destinati però a intrecciarsi. Le vicende convergeranno svelando segreti assurdi che coinvolgono l’intera comunità… e rompono persino la quarta parete.
Un Ron ancora in ottima forma
Thimbleweed Park è volutamente confezionato come se fosse un’avventura LucasArts perduta degli anni ’80: grafica pixel art rétro, interfaccia con i classici verbi (“apri, prendi, usa” etc.) e tante citazioni nascoste per i fan di lunga data (provate a sfogliare l’elenco telefonico nel gioco: riconoscerete molti nomi illustri!).
Ma attenzione, non è solo nostalgia fine a sé stessa. Il game design riprende il meglio di quel periodo evitando però gli aspetti più frustranti: ad esempio c’è un sistema di aiuti in-game (una segreteria telefonica da chiamare per ricevere indizi) e in generale gli enigmi, pur tosti, restano sempre logici all’interno del folle mondo di Thimbleweed.
Il risultato è un mix quasi perfetto di retro vibes e freschezza moderna. Dialoghi esilaranti, atmosfera a metà tra il comico e il misterioso, e una trama che riesce persino a farti riflettere sul senso delle avventure grafiche stesse (ma niente spoiler!).
Nostalgia pixellata e misteri alla Twin Peaks
Consigliare Thimbleweed Park è come consigliare un viaggio indietro nel tempo all’epoca d’oro delle avventure, ma con il comfort delle tecnologie moderne. È il titolo ideale sia per chi è cresciuto a pane e pixel (ritroverà quel feeling familiare da fine anni ‘80/inizio ‘90), sia per chi ha scoperto le avventure grafiche più di recente e vuole provare un gioco “vecchia scuola” senza rimanere bloccato per settimane su un puzzle.
Thimbleweed Park dimostra che il genere punta-e-clicca è tutt’altro che morto: ha saputo conquistare critica e pubblico grazie al suo equilibrio tra passato e presente. Una volta conclusa l’indagine, viene subito voglia di parlarne e di consigliarla agli amici, segno che l’amore per le avventure grafiche è più vivo che mai.

Indiana Jones and the Fate of Atlantis
Chi ha detto che per vivere un’avventura di Indiana Jones serva per forza un film? Nel 1992 LucasArts tirò fuori quello che molti considerano il miglior “film di Indy” mai realizzato – solo che era un videogioco! Indiana Jones and the Fate of Atlantis è un’epica avventura grafica che vede il nostro archeologo preferito alle prese con il leggendario continente perduto di Atlantide.
Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Indy e l’ex collega sensitiva Sophia Hapgood devono impedire che i nazisti mettano le mani su un’antica energia atlantea capace di rendere invincibili i loro eserciti. Da un campus americano alle rovine sommerse di Atlantide, Fate of Atlantis cattura alla perfezione lo spirito dei film di Indiana Jones: azione, mistero, umorismo e un pizzico di sovrannaturale.
Questo gioco è un punto di riferimento del genere per vari motivi. Prima di tutto, la trama interattiva: a un certo punto il giocatore può scegliere tra tre percorsi diversi (azione, ingegno o collaborazione) – un livello di rigiocabilità inedito per l’epoca. Che preferiate fare a pugni, spremere le meningi o collaborare con Sophia, arriverete comunque al gran finale, ma attraverso strade molto diverse.
I puzzle combinano archeologia e fantasia in modo brillante: usare antichi manufatti, decifrare codici, pilotare bizzarri macchinari atlantidei… ci si sente davvero nei panni di Indy! E non mancano le classiche scazzottate, gestite qui tramite un semplice minigioco di combattimento. Dal punto di vista tecnico e artistico, Fate of Atlantis brillava: scenari disegnati con cura, musiche orchestrali evocative e doppiaggio (in inglese) di qualità cinematografica immergevano il giocatore come mai prima.
Alla ricerca di Atlantide perduta
Giocare a Indiana Jones and the Fate of Atlantis oggi è come riscoprire un classico perduto. Per i fan di Indy, è praticamente un’avventura “ufficiale” in più, talmente ben fatta che molti la preferiscono ad alcuni film della saga. Ma anche se non avete mai visto Indiana Jones, rimane un’avventura grafica straordinaria per ritmo e design.
Ogni amante dei puzzle e delle storie d’azione-avventura troverà pane per i suoi denti: c’è l’esplorazione di luoghi esotici, ci sono enigmi storico-esoterici da risolvere e c’è la soddisfazione di mandare a monte i piani dei cattivi con l’astuzia (o qualche cazzotto, se scegliete la via “action”).
Fate of Atlantis ha superato la prova del tempo: grazie alla sua pixel art curatissima e all’ottima scrittura, si lascia giocare ancora benissimo ed è facilmente reperibile oggi in digitale. È l’esempio perfetto di come un videogioco possa farci vivere un film interattivo: se amate l’archeologia avventurosa e non vi dispiace pestare qualche nazista sul percorso, non potete perdervelo.

Deponia
Chi l’ha detto che le avventure grafiche esistono solo nel passato? Nel 2012 lo studio tedesco Daedalic Entertainment ci ha regalato Deponia, dimostrando che il genere punta-e-clicca poteva ancora brillare di luce propria nel nuovo millennio. Deponia è il nome del pianeta-discarica su cui vive Rufus, il protagonista: un giovane combinaguai egoista, sarcastico e terribilmente maldestro.
Rufus sogna di fuggire dalla sua vita circondata dai rifiuti e raggiungere Elysium, la città paradisiaca sospesa tra le nuvole dove vivono i ricchi e privilegiati. Il destino bussa alla sua porta quando una ragazza di Elysium, Goal, cade letteralmente dal cielo su Deponia e Rufus vede in lei il suo “biglietto” per la fuga… attraverso un piano tanto geniale quanto destinato a creare disastri a catena.
L’ambientazione di Deponia è uno spasso: immaginate un intero mondo usato come discarica e popolato da personaggi strambi che si arrangiano con quel che trovano. È uno scenario che offre infinite gag visive (cosa c’è di più assurdo di un villaggio costruito su montagne di vecchi elettrodomestici?) e spunti per enigmi creativi.
Il cuore del gioco è però Rufus stesso: un protagonista politicamente scorretto ma irresistibile nella sua goffaggine. Le sue azioni sconsiderate innescano situazioni comiche a ripetizione. Dialoghi sopra le righe, battute pungenti e un ritmo narrativo vivace rendono l’avventura leggera e divertentissima. Sul fronte puzzle, Deponia offre sfide ben congegnate: alcune combinazioni di oggetti sono folli al punto giusto da ricordare i vecchi classici LucasArts, ma il gioco fornisce abbastanza indizi per evitare blocchi eccessivi. Il tutto condito da una coloratissima grafica 2D disegnata a mano che rende l’esperienza piacevole anche per gli occhi.
Un pianeta di rifiuti, risate assicurate
Deponia merita di essere giocato almeno una volta perché rappresenta la rinascita moderna dell’avventura comica. È la prova che, anche negli anni 2010, c’era ancora spazio per mondi strampalati e personaggi fuori di testa capaci di farci ridere a crepapelle. Per i nostalgici, Deponia offre quel feeling da cartone animato interattivo che tanto amavamo nei titoli anni ‘90, ma con una freschezza tutta sua.
Per i nuovi arrivati, può essere un ottimo punto di ingresso nel genere: la storia scorre veloce, l’umorismo è immediato e il mix di avventura e comicità risulta davvero universale. Deponia dimostra insomma che anche su un cumulo di immondizia possono nascere dei gioielli videoludici. Se vi piacciono le risate e l’avventura, preparatevi a tuffarvi tra i rifiuti insieme a Rufus – non ve ne pentirete.

Sam & Max: Hit the Road
Chiudiamo la lista con un classico del 1993 che rappresenta il lato più folle e irriverente delle avventure LucasArts: Sam & Max: Hit the Road. I protagonisti, nati dalla penna del fumettista Steve Purcell, sono una coppia davvero improbabile di detective freelance: Sam, un cane antropomorfo dall’impermeabile stile noir e dai modi da gentleman, e Max, un coniglietto bianco dall’aspetto tenero ma dall’indole tutt’altro che pacifica (lui preferisce definirsi “lagomorfo ipercinetico”).
In Hit the Road, Sam e Max vengono ingaggiati per ritrovare un gigantesco Bigfoot fuggito da un circo itinerante insieme alla sua stramba compagna. L’indagine li porta a viaggiare attraverso un’America surreale fatta di attrazioni turistiche kitsch e incontri strampalati: da un luna park fatiscente fino a un improbabile convegno di Bigfoot sul Monte Rushmore. E ogni tappa è un pretesto per scatenare gag demenziali e situazioni al limite dell’assurdo.
Il punto di forza di Sam & Max è il suo umorismo caustico e nonsense. I dialoghi tra i due protagonisti sono un continuo botta e risposta esilarante: Sam mantiene un tono posato e “detectiveesco”, mentre Max interviene con commenti deliranti e imprevedibili. Il contrasto funziona a meraviglia e vi ritroverete a ridere ad ogni nuova battuta.
Anche gli enigmi seguono la stessa logica svitata: spesso la soluzione richiede l’uso creativo – e totalmente fuori dalle convenzioni – di oggetti e personaggi (vi capiterà perfino di “usare” Max come strumento per risolvere un problema… povero coniglietto!). Il tutto era realizzato con una bellissima grafica cartoon 2D e rappresentò uno dei primi esempi di doppiaggio integrale in un’avventura grafica: le voci originali di Sam e Max aggiungono carisma e personalità ai personaggi.
Cane e coniglio fuori di testa
Sam & Max: Hit the Road va provato perché è concentrato di comicità anarchica che ancora oggi non ha perso smalto. Pochi giochi vi faranno ridere come questo – e allo stesso tempo vi metteranno alla prova con enigmi così stravaganti.
È l’avventura perfetta per chi cerca qualcosa di diverso dal solito: niente eroi positivi o missioni epiche, qui si risolve un caso bizzarro incontrando gente ancora più assurda, il tutto con un sorriso malizioso stampato in faccia.
Pur essendo un titolo dei primi anni ‘90, regge benissimo grazie al suo stile grafico cartoon e alla scrittura brillante: l’umorismo di Sam & Max era così avanti sui tempi che potrebbe uscire oggi e farebbe ancora centro.
Se vi intriga l’idea di un cane detective armato di pistola e di un coniglio psicopatico che morde prima di fare domande, allora non potete perdervi questo gioiello del passato. Preparatevi a partire per un road trip videoludico che definire strampalato è poco!

Queste erano le nostre avventure!
Siete arrivati fin qui? Complimenti, abbiamo fatto insieme un bellissimo viaggio attraverso decenni di avventure grafiche! Ma ora tocca a voi: avete giocato questi titoli? Quali vi hanno rubato il cuore, fatto ridere a crepapelle o spremere le meningi come non mai? Fatecelo sapere nei commenti, siamo curiosissimi di leggere la vostra top 10 personale.
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