Resident Evil Requiem è il nono capitolo della saga principale dello storico franchise e rappresenta, da un lato, un nuovo inizio, ma anche un graditissimo ritorno alle origini del genere con un gameplay diviso tra due personaggi agli antipodi per attitudine e approccio.
Il titolo sa alternare momenti di puro horror d’atmosfera e sezioni di azione e adrenalina in un equilibrio sorprendentemente ben calibrato, tra volti nuovi e vecchie conoscenze, in un mix perfetto tra nostalgia e modernità, tra passato e futuro della saga.
Ma andiamo con ordine.
Oggi vi portiamo la recensione di Resident Evil Requiem, l’attesissimo e chiacchieratissimo nuovo capitolo della saga targata Capcom. Stiamo parlando di un gioco che si è caricato sulle spalle un’eredità monumentale e che prova, con un coraggio non indifferente, a tornare alle radici più profonde del survival horror. Ma la vera domanda che tutti vi state facendo in questo momento è una sola: ci riesce davvero? La risposta breve è assolutamente sì, ma le sfumature di questa discesa nella follia meritano un’analisi decisamente più approfondita.
Il contesto
Dopo ben trent’anni dagli eventi devastanti che hanno segnato per sempre la storia della serie, Resident Evil torna simbolicamente alle proprie origini. Si tratta di un ritorno che porta con sé un valore emotivo fortissimo per chiunque segua la saga da decenni e abbia consumato i pad della prima PlayStation, ma che rappresenta al tempo stesso un tentativo estremamente affascinante di rinnovamento per l’intero franchise. Capcom non si è accontentata di riproporre il passato con una nuova veste grafica, ma ha cercato di rielaborare la formula magica per adattarla ai palati moderni.
Con Resident Evil Requiem, che si piazza fieramente come nono capitolo principale della longeva serie, la casa di sviluppo nipponica prova ancora una volta a trovare un punto di equilibrio perfetto tra le due anime che da sempre convivono e lottano all’interno dell’universo di Resident Evil. Da una parte abbiamo il survival horror allo stato puro, quello fatto di tensione strisciante, gestione certosina delle risorse e ambienti così claustrofobici da togliere il respiro. Dall’altra parte, emerge prepotentemente un lato molto più action e spettacolare, che negli ultimi anni e nei capitoli più recenti è diventato progressivamente sempre più centrale e ingombrante nella struttura dei giochi.

Non un reebot, ma comunque un nuovo inizio
Questo nuovo capitolo non è un reboot vero e proprio, ed è bene chiarirlo subito per non creare false aspettative. Funziona piuttosto come una sorta di nuovo ed entusiasmante punto di partenza per l’intera saga, un capitolo capace di guardare al proprio glorioso passato con profondo rispetto senza però restarne malinconicamente prigioniero. I collegamenti con i capitoli precedenti e con la lore storica non mancano di certo, anche se per lo più restano confinati in un ambito marginale o di contorno.
Il legame senza dubbio più evidente e percepibile pad alla mano è quello con il secondo, indimenticabile episodio della serie, in particolar modo nella sua riuscitissima versione remake. Verso quel capolavoro, Requiem mantiene infatti una quantità spropositata di rimandi narrativi e ambientali che faranno scendere più di una lacrimuccia ai veterani. Avere una certa familiarità con la saga e con i disastri di Raccoon City aiuta sicuramente a cogliere alcune finezze e innumerevoli riferimenti nascosti, ma la storia rimane comunque narrata in modo abbastanza accessibile anche per chi, per assurdo, si avvicinasse per la primissima volta al folle mondo di Resident Evil.
L’intera e macabra avventura è sapientemente ambientata trent’anni dopo gli eventi chiave che hanno segnato in modo profondo e irreversibile il mondo della serie. In questo lasso di tempo le cose sono cambiate, ma il male ha solo trovato nuove forme per manifestarsi. La sceneggiatura segue da vicino le intricate vicende di due protagonisti apparentemente molto diversi tra loro, sia per background che per attitudine alla sopravvivenza.

Facce nuove e vecchie glorie
Da un lato facciamo la conoscenza di Grace Ashcroft, una brillante ma tormentata analista dell’FBI che viene incaricata dai suoi superiori di indagare su una serie di morti misteriose dai contorni decisamente inquietanti. Dall’altro lato, a fare da contraltare, troviamo il mitico Leon S. Kennedy, uno dei personaggi più iconici, amati e celebrati dell’intera saga, ormai un veterano indurito da mille battaglie. Le loro storie, inizialmente distanti e separate, finiscono inevitabilmente per intrecciarsi in un groviglio di sangue e rivelazioni. I due protagonisti si ritrovano a doversi confrontare non solo con una minaccia del tutto nuova e terrificante, ma anche e soprattutto con il peso insostenibile di un passato che, ostinato, continua a influenzare e inquinare il loro presente.
Ma lasciateci dire una cosa in tutta onestà: il vero, inossidabile punto di forza di Resident Evil Requiem non è tanto la sua pur godibile trama. È piuttosto la mastodontica struttura dell’esperienza videoludica in sé, ingegnosamente costruita attorno ai due protagonisti e a due filosofie di gameplay che si pongono agli antipodi ma che riescono a coesistere in modo brillante.
Gameplay
Uno degli elementi in assoluto più interessanti, coraggiosi e analizzati di tutto il gioco è proprio la presenza di due personaggi giocabili così dicotomici, ognuno dei quali incarna e porta su schermo un approccio completamente diverso al gameplay e all’interazione con il mondo circostante. Capcom ha fatto una scommessa enorme con questa scelta di design, e possiamo dire con gioia che l’azzardo ha pagato dividendi altissimi.
Il survival horror di Grace
Le sezioni di gioco che ci vedono vestire i panni di Grace rappresentano senza ombra di dubbio il lato più puro, viscerale e incontaminato del survival horror d’altri tempi. Quando prendiamo il controllo dell’analista dell’FBI, le certezze crollano miseramente. Qui le risorse sono dannatamente limitate, gli spazi si fanno angusti e opprimenti, e la sensazione di vulnerabilità è una compagna di viaggio costante che si aggrappa alla schiena e non ti molla mai. Il gioco in queste fasi non ti spinge a fare l’eroe, anzi, ti invita caldamente a muoverti con un’estrema e paranoica cautela, a osservare attentamente ogni singolo dettaglio dell’ambiente prima di fare un passo e a valutare minuziosamente le conseguenze di ogni singola scelta.
Sparare non è quasi mai l’opzione migliore quando si gioca con Grace. In moltissimi casi l’approccio più saggio per portare a casa la pelle è evitare lo scontro diretto, ingegnarsi per trovare dei percorsi alternativi nelle mappe o sfruttare in modo creativo l’ambiente per aggirare le mostruosità che pattugliano le zone. È un tipo di gameplay cerebrale, metodico e carico di una suspense che logora i nervi.

L’action puro di Leon
Diametralmente opposte sono le sezioni dedicate al nostro amato Leon, che portano l’intera esperienza di gioco su un terreno decisamente più action, caciarone e hollywoodiano. Appena i controlli passano a lui, il ritmo dell’avventura subisce un’accelerazione brutale e si fa immediatamente più frenetico. I combattimenti diventano molto più frequenti, i nemici si moltiplicano a schermo e il giocatore può finalmente permettersi un approccio di gran lunga più aggressivo e spavaldo, scaricando piombo con una soddisfazione che ha pochi eguali.
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🔔 Iscriviti al canaleAll’inizio, bisogna ammetterlo, questa continua alternanza può sembrare quasi uno stacco fin troppo netto e quasi fastidioso tra due giochi concettualmente diversi fusi a forza nello stesso prodotto. Ma vi assicuriamo che con il passare delle ore pad alla mano diventa lampante come proprio questa marcata differenza rappresenti uno dei pilastri fondamentali e più riusciti dell’intera esperienza di Requiem.
Le sequenze in cui controlliamo Leon funzionano infatti in modo magistrale come necessari momenti di decompressione emotiva. Vi permettono letteralmente di tirare un sospiro di sollievo, di asciugarvi il sudore dalla fronte e di sfogare la tensione accumulata permettendovi di respirare a pieni polmoni dopo le sequenze psicologicamente più oppressive e logoranti della difficilissima campagna di Grace. Nella seconda e più concitata metà del gioco, inoltre, le sezioni di Leon smettono di essere semplici intermezzi adrenalinici e assumono anche un peso narrativo di spessore nettamente maggiore, diventando progressivamente sempre più focali e importanti nello sviluppo dei misteri della storia.
Dalla prima alla terza persona
Un dettaglio tecnico e di design che merita una standing ovation e che cambia letteralmente le carte in tavola è il modo in cui Capcom ha gestito la regia virtuale del titolo. Di default, per enfatizzare il senso di smarrimento e l’immersione nell’orrore, la visuale di Grace è impostata in prima persona. Questa scelta rende ogni incontro con i nemici incredibilmente intimo e terrorizzante, portando la minaccia a pochi centimetri dal nostro naso. Al contrario, il buon vecchio Leon, per favorire il suo approccio più dinamico e le sue spettacolari manovre evasive, è giocabile di default con la classica, rodata e amatissima visuale in terza persona dietro le spalle.
Ma qui arriva il vero colpo da maestro degli sviluppatori nipponici: il giocatore non è mai forzato a subire queste impostazioni. Direttamente dal menù delle opzioni, e in qualsiasi momento durante la partita, è possibile cambiare la visuale a proprio piacimento. Volete giocare l’intera avventura in terza persona per avere una visione periferica migliore o volete vivere anche le tamarrate di Leon in una claustrofobica prima persona? Potete farlo. Si tratta di un’opzione di accessibilità e di personalizzazione talmente ben implementata che ci auguriamo diventi uno standard assoluto per l’industria videoludica da qui ai prossimi dieci anni.
Il Vero Cuore Horror dell’avventura
Se però dobbiamo essere brutali e onesti, e se c’è un singolo e insindacabile elemento che definisce davvero l’anima e il successo di Resident Evil Requiem, quello è da ricercare nelle sezioni dedicate a Grace.
In queste specifiche parti, il gioco compie un mezzo miracolo e riesce a recuperare con una fedeltà commovente alcune delle sensazioni più puramente autentiche e disturbanti del survival horror classico degli anni d’oro. Gli ambienti che esplorerete sono quasi tutti estremamente claustrofobici, chiusi e progettati con una cattiveria disumana per far sentire il giocatore in una condizione di costante e imminente pericolo di vita. I corridoi sembrano stringersi attorno a voi, e ogni angolo cieco nasconde potenzialmente la fine della vostra partita.

Le aberrazioni e le minacce che si incontrano durante queste fasi dell’avventura sono spesso decisamente troppo grandi, troppo veloci o semplicemente troppo letali per poter anche solo pensare di essere affrontate frontalmente con successo. Questa disparità di forze cambia completamente il vostro modo di approcciarvi al videogioco. Dimenticate l’eroismo da film d’azione: qui non si tratta semplicemente di spianare l’arma, sparare a tutto ciò che si muove e avanzare verso la stanza successiva. Si tratta, al contrario, di gestire in modo razionale e continuo la mostruosa tensione psicologica della situazione.
Il brillante risultato di questa formula è una pressione mentale e psicologica costante e martellante. Ogni corridoio scarsamente illuminato può nascondere un pericolo letale, ogni stanza all’apparenza tranquilla può trasformarsi in una frazione di secondo in una trappola mortale senza vie di fuga.
Game Design
Uno degli aspetti in assoluto più riusciti e lodevoli di queste specifiche sezioni è l’incredibile eleganza con cui il gioco gestisce gli spaventi e il fattore paura. Resident Evil Requiem compie una scelta coraggiosa e controtendenza: non si affida quasi mai a quei beceri e fastidiosi jumpscare gratuiti in cui un mostro ti urla improvvisamente nello schermo a volume triplicato. Ce ne sono alcuni sparsi qui e lì, sia chiaro, ma sono numericamente molto pochi, sempre giustificati dal contesto e dannatamente ben dosati.
L’orrore che proverete in questo titolo nasce soprattutto e quasi esclusivamente dalla magistrale costruzione dell’atmosfera generale e dalla logorante consapevolezza che, in qualsiasi momento, qualcosa di indicibile potrebbe fare la sua comparsa. Questa tensione preventiva è cento volte più spaventosa di un mostro che salta fuori da un armadio. Si tratta di un approccio indiscutibilmente molto più maturo, raffinato e rispettoso del giocatore rispetto a quello di moltissimi altri titoli horror moderni, i quali purtroppo spesso si affidano pigramente a spaventi sonori improvvisi senza mai essere in grado di costruire una vera, densa e palpabile tensione narrativa.
Il Centro di Cura e l’Architettura della Paura
Il vero fulcro narrativo e geografico attorno a cui ruota il cuore pulsante dell’avventura è rappresentato dall’angosciante centro di cura, che si rivela ben presto essere un vero e proprio ospedale infestato, marcio fino alle fondamenta, all’interno del quale il folle Victor Gideon conduce indisturbato i suoi abominevoli esperimenti sulla carne umana.
Gran parte, se non la quasi totalità, della sofferta campagna di Grace si svolge proprio all’interno delle mura di questa maledetta struttura medica, che con il passare del tempo diventa il palcoscenico assolutamente perfetto e ideale per costruire una tensione e un’atmosfera che vi taglieranno il respiro. L’ospedale non è solo uno sfondo, ma quasi un personaggio a sé stante che respira, scricchiola e geme.

I corridoi fin troppo stretti, le innumerevoli stanze abbandonate in fretta e furia e l’architettura profondamente decadente, logora e malata dell’intero edificio contribuiscono in modo pesantissimo a creare una sensazione asfissiante e costante di oppressione fisica e mentale. Le luci al neon sfarfallano, le pareti sono scrostate e imbrattate di fluidi di dubbia natura, e il senso di disperazione è totale.
Location storiche e qualche cliché
È proprio vagando tra questi reparti da incubo che il gioco riesce a esprimere al suo meglio, e senza alcun freno inibitore, la sua vera, spietata identità horror. Ovviamente, per dare respiro all’intreccio, nel corso della prolungata campagna si visitano anche diverse altre ambientazioni. Non entreremo minimamente nei dettagli per evitare di incappare in fastidiosi spoiler che vi rovinerebbero la sorpresa, ma possiamo serenamente dirvi che si tratta comunque di luoghi storici e situazioni che i fan di vecchia data della saga riconosceranno con estrema e nostalgica facilità. Certo, va anche ammesso che in alcuni specifici casi queste location finiscono inevitabilmente per rientrare in modo un po’ pigro nei cliché più triti e classici della lunghissima serie, sapendo un po’ di “già visto”.
Un Bestiario Ricco
Un survival horror degno di questo nome vive e muore sulla qualità delle creature che ti lancia contro, e per fortuna il titolo Capcom da questo punto di vista non delude minimamente. Il gioco offre infatti una buonissima e stimolante varietà di nemici assortiti, che contribuisce in modo determinante a mantenere sempre alta e vigile la tensione per tutta l’estesa durata dell’avventura. Non ci si annoia mai e non si abbassa mai la guardia.
Nel corso della spietata campagna ci si trova ovviamente ad affrontare l’immancabile carne da cannone: gli zombie classici, sempre lenti ma letali se presi sottogamba. Ma ben presto si passa a dover gestire creature molto più complesse, grottesche e decisamente più pericolose e ardue da tirare giù.
Come se non bastasse, in perfetto stile Resident Evil, incontreremo alcune minacce titaniche e praticamente invincibili, stalker inarrestabili che costringono il povero giocatore a darsela a gambe levate in fughe disperate piuttosto che tentare la via del combattimento. E, per non farsi mancare nulla, in determinate fasi cruciali della storia incroceremo le armi anche con ben addestrati soldati umani, il che aggiunge una variante tattica non da poco agli scontri.

Fan service di qualità
In questo tripudio di orrori, bisogna assolutamente lodare la componente nostalgica. Il gioco offre infatti un discreto ma eccellente fan service di altissima qualità. Non mancano alcune vecchie conoscenze della saga, volti e abomini che i fan storici riconosceranno immediatamente con un brivido lungo la schiena. Ma attenzione: il gioco gestisce questi tanto attesi ritorni con una certa eleganza e intelligenza rara di questi tempi, evitando di sbandierarli troppo. Al contrario, lascia quasi sempre l’immenso piacere della scoperta direttamente nelle mani del giocatore, senza mai anticipare troppo ciò che lo attende nascosto nell’ombra nelle fasi successive dell’avventura. Un modo perfetto per premiare i veterani senza mai risultare stucchevole o banale.
Enigmi Esplorazione e il Ritmo della Progressione
Se vi state chiedendo come sia stata gestita la materia grigia in questo capitolo, vi rassicuriamo: gli enigmi classici non mancano di certo, anche se, a conti fatti, la loro presenza risulta essere molto più limitata e diluita rispetto agli indimenticabili capitoli classici della saga.
La motivazione dietro questa precisa scelta di design è chiara: l’ambientazione ospedaliera scelta dal team si presta decisamente meno alla presenza massiccia di complessi e assurdi puzzle ambientali (le classiche statue da spostare o le gemme da incastonare nei muri di una stazione di polizia). Il gioco preferisce palesemente concentrarsi molto maggiormente sull’aspetto legato all’esplorazione minuziosa dei fitti ambienti e, soprattutto, sul mantenimento di quella costante e già citata tensione emotiva.
È innegabile che i fan di vecchia data, quelli cresciuti a pane e nastri d’inchiostro, potrebbero percepire questa specifica scelta stilistica come una piccola ma dolorosa mancanza, specialmente considerando quanto gli enigmi criptici abbiano rappresentato in passato uno dei veri e propri elementi distintivi dei primissimi Resident Evil. Chi non ricorda le chiavi a forma di semi delle carte?
Allo stesso tempo, però, valutando la situazione nell’economia generale e moderna dell’esperienza ludica proposta da Capcom, questi cervellotici puzzle non risultano in alcun modo indispensabili per la riuscita del prodotto. Anzi, la loro riduzione fa sì che il ritmo generale dell’avventura rimanga costantemente solido, incredibilmente ben bilanciato e privo di fastidiosi tempi morti che potrebbero spezzare la magia dell’orrore.
Boss Fight Tra Divertimento e Mancanza di Originalità
Arriviamo a parlare di uno dei cardini dei giochi d’azione e horror: gli scontri con i boss. In Resident Evil Requiem, per logica e per attitudine, le boss fight sono state delegate e affidate quasi tutte alle concitate sezioni in cui comandiamo Leon.
Nel complesso, si tratta di combattimenti generalmente molto divertenti e gratificanti da giocare, resi frizzanti e tecnici anche grazie alla provvidenziale e solidissima presenza della meccanica del parry. Questa introduzione nel combat system rende gli scontri enormemente più dinamici rispetto al passato e permette al giocatore di reagire in modo molto più attivo, coreografico e aggressivo agli attacchi portati dai nemici più imponenti, respingendo zampate mortali con il giusto tempismo.

Tuttavia, dobbiamo fare gli onori di casa e muovere una critica: dal punto di vista del puro level design e del concept, questi titanici scontri non risultano quasi mai particolarmente originali o innovativi. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, la struttura degli scontri è fin troppo classica e piuttosto semplice da decifrare: schiva i colpi, individua a colpo d’occhio i punti vitali del nemico, e colpisci senza pietà finché non stramazza al suolo in un mare di melma. Il sistema alla base, badate bene, funziona e gli scontri restano assolutamente piacevoli e divertenti, ma probabilmente un maggiore e più fantasioso utilizzo dell’ambiente circostante o l’implementazione di qualche idea di gameplay meno lineare avrebbe potuto renderli dei veri e propri momenti memorabili della storia dei videogiochi.
Il Parallelo con la Modalità Mercenari dei Titoli Storici
Per farvi capire esattamente l’atmosfera che si respira quando Leon scende in campo con il dito sul grilletto, non possiamo non tracciare un evidente e graditissimo parallelismo tra le sezioni del nostro agente governativo e l’amata e frenetica modalità mercenari dei vecchi Resident Evil. Mentre con Grace lottate per la sopravvivenza strisciando nel buio, quando prendete Leon il gameplay muta e abbraccia quell’estasi da combo arcade tipica dei minigiochi post-campagna.
C’è una ricerca quasi spasmodica del posizionamento perfetto, dello stordimento con un colpo alle ginocchia seguito da un calcio rotante devastante, e un uso scientifico del parry per creare aperture letali. Le fasi di Leon sembrano gridare “spettacolo” e “punteggio”, restituendo quel feeling arcade ad alto numero di ottani che i vecchi fan della modalità Mercenari adoreranno alla follia, garantendo ore di puro, incontaminato divertimento balistico. Anche la meccanica dei punti assegnati ad ogni uccisione, spendibili per nuove armi e potenziamenti, invoglia a cercare di macellare qualsiasi cosa ci si pari davanti senza pensarci troppo.
Sopravvivenza e Gestione Intelligente delle Risorse
Rimanendo in tema di meccaniche storiche, la gestione attenta e oculata delle risorse è, come da tradizione, un elemento di fondamentale e vitale importanza, che si fa sentire soprattutto e prepotentemente nelle asfissianti sezioni dedicate alla povera Grace.
Il titolo spinge costantemente il giocatore a prestare una cura maniacale all’inventario, facendogli soppesare e contare ogni singolo proiettile nel caricatore e ponderare l’uso di ogni prezioso oggetto curativo. Questa impostazione è magistrale per il mantenimento di quella tipica e ansiogena tensione gestionale che ha sempre caratterizzato e fatto le fortune dei migliori survival horror in circolazione.

Allo stesso tempo, però, ci sentiamo di rassicurarvi su un aspetto importante: il gioco non scade mai in un sadismo gratuito e non è quasi mai eccessivamente punitivo verso chi commette qualche errore di valutazione. Questo miracoloso bilanciamento è dovuto soprattutto grazie all’introduzione di snelle ed efficaci meccaniche di crafting. Creando da sé i propri rifornimenti combinando polvere da sparo, erbe e sangue infetto (per quanto sia difficilmente comprensibile come utilizzando sangue si possano ottenere munizioni… vabbeh), le risorse totali reperibili nell’ambiente risultano nel complesso sempre abbastanza generose da permettervi di andare avanti.
Sia ben chiaro, le regole del genere impongono che non ci si possa in alcun modo permettere il lusso di sprecarle sparando a caso o curandosi graffi superficiali, ma non è nemmeno strettamente necessario centellinare in modo morboso e ossessivo ogni singolo colpo di pistola o ogni erba verde. Il risultato finale è un miracoloso ed equilibrato compromesso, estremamente ben riuscito, tra una sana tensione di sopravvivenza e un’accessibilità moderna che non frustra l’utente medio.
Lato tecnico e prestazioni
Passiamo ora a spulciare la parte squisitamente tecnica del titolo, l’argomento che fa brillare gli occhi degli appassionati di hardware. Dal punto di vista prettamente visivo e tecnico, Resident Evil Requiem è senza tema di smentita un prodotto di altissimo livello qualitativo. Il motore grafico proprietario di casa Capcom fa ancora una volta faville, ma a trarne i maggiori benefici è sicuramente l’utenza PC.
Su un PC di fascia alta, il titolo esprime tutto il suo mostruoso potenziale tecnico e visivo. Il gioco sfrutta con un’eleganza rara riflessi dinamici, ombre che si allungano e si deformano in tempo reale e, soprattutto, un uso estremamente sofisticato ed efficace dell’illuminazione globale. In questo specifico gioco le luci non sono un semplice abbellimento estetico, ma giocano un ruolo strutturale e fondamentale nella sapiente costruzione della già tanto lodata atmosfera. L’engine crea insidiosi contrasti tra luce tagliente e profonda oscurità che riescono a rendere gli ambienti al chiuso ancora più ostili, freddi e inquietanti.

Spesa un’obbligatoria parola di profonda lode anche per il comparto audio e per l’eccellente sound design, che merita di essere goduto con un impianto all’altezza. I disturbanti rumori ambientali, i passi in lontananza e il respiro affannato e terrorizzato di Grace si fondono magistralmente e contribuiscono in modo massiccio a creare un’immersione sonora costante, trasmettendo visceralmente e in modo empatico al giocatore tutta la palpabile tensione e il puro terrore del personaggio. Ascoltare un lamento gorgogliante dietro una porta chiusa vi farà accapponare la pelle.
Ottimizzazione su PC e Handled
Analizzando le cose dal punto di vista più freddo delle mere prestazioni numeriche e del framerate, il gioco si dimostra fin dai primi minuti nel complesso molto ben ottimizzato e pulito. Come già accennato, su piattaforme PC di fascia alta il codice gira in maniera fluida e praticamente impeccabile, regalando gioie per gli occhi con una qualità visiva di primissimo ordine, senza fastidiosi scatti o cali di frame nelle scene più caotiche.
Ma la vera stregoneria moderna di Capcom si nota altrove: il titolo si comporta in modo sorprendentemente e incredibilmente bene anche sul piccolo schermo di Steam Deck, dove rimane sempre giocabile dall’inizio alla fine, e questo nonostante sia chiaramente presente un downgrade grafico generale piuttosto evidente e necessario per far girare un titolo così massiccio su un hardware portatile. Giocare un capitolo principale di Resident Evil sotto le coperte è un’esperienza mistica che vi consigliamo caldamente.
Le prestazioni su PS5
Meno entusiasmante, seppur validissima, è la situazione per i possessori dell’ammiraglia Sony. Su console PlayStation 5 il gioco si difende benissimo e mantiene sempre una rocciosa e rassicurante buona fluidità generale, il che è essenziale negli scontri concitati. Tuttavia, va fatto notare ai più pignoli che il sistema di illuminazione console non sempre riesce a raggiungere lo stesso miracoloso livello qualitativo e di profondità che abbiamo ammirato sbalorditi nella versione PC.
Questa discrepanza tecnica, in alcune specifiche situazioni e sotto particolari condizioni di luce, genera purtroppo un fastidioso e indesiderato effetto visivo leggermente artificiale sui volti dei personaggi, con una resa finale dei materiali e della pelle che può sfortunatamente apparire un po’ troppo “plasticosa” e finta, ricordando i manichini delle vetrine. Certo, va sottolineato per correttezza che si tratta comunque e senza alcun dubbio di difetti minori e ampiamente marginali, robetta per fissati dei pixel che, alla fine della fiera, non vanno minimamente a compromettere la grandissima e innegabile qualità complessiva dell’esperienza visiva offerta.
Longevità
Parliamo di numeri e di quanto il gioco vi terrà incollati al pad prima dei titoli di coda. La campagna principale narrativa, esplorata con un andamento normale e senza perdersi in troppi backtrackig, può essere completata agevolmente in circa 8 fino a un massimo di 10 ore da un giocatore di abilità media. Si tratta di una durata forse leggermente compatta per gli standard degli action in terza persona, ma perfettamente in linea con i canoni dei classici survival horror in cui il ritmo serrato è essenziale.
Per quanto riguarda il livello di sfida offerto, la difficoltà normale, settata di base alla prima run, risulta nel complesso una passeggiata piuttosto morbida e decisamente accessibile a tutti, permettendo in scioltezza anche ai giocatori meno esperti e avvezzi al genere horror di riuscire a portare a compimento l’intera spaventosa avventura senza mai incappare in particolari e fastidiose frustrazioni o blocchi insormontabili dovuti a mancanza di munizioni.
Ma non disperate, amanti del dolore e della sfida hardcore! Dopo aver concluso trionfalmente la primissima partita, il gioco vi ricompenserà e si sbloccherà automaticamente l’ambita e terrificante modalità “Folle”. Questa nuova opzione di difficoltà è tarata verso l’alto ed è decisamente, infinitamente più ardua, severa e punitiva. È un’opzione espressamente pensata e bilanciata al millimetro unicamente per tutti coloro che desiderano affrontare il gioco con un livello di sfida drasticamente più elevato, dove ogni singolo proiettile mancato equivale quasi sempre a una condanna a morte certa.
I Difetti
Per quanto l’opera sfiori l’eccellenza, il gioco di Capcom non è del tutto privo di qualche evidente difetto strutturale che va doverosamente sottolineato.
Partiamo dalla questione longevità. La durata della campagna è relativamente contenuta e potrebbe lasciare insoddisfatti i giocatori più insaziabili, dando la sensazione che l’esperienza finisca troppo in fretta. Per fortuna, la rigiocabilità si mantiene su ottimi livelli grazie ai contenuti sbloccabili.
Inoltre, facendo le pulci al ritmo di gioco, alcune brevi sezioni nei panni di Leon risultano un po’ scialbe e fini a se stesse. Parliamo di veri e propri riempitivi, per nulla necessari all’avanzamento della trama. Insomma, un uso più deciso delle forbici in fase di sviluppo non avrebbe affatto guastato.

In perfetto stile Capcom, l’avventura presenta alcune scene pacchiane e decisamente “sopra le righe”. Esplosioni, acrobazie impossibili e tamarrate varie rischiano purtroppo di spezzare la tensione e quell’atmosfera cupa e matura costruita con cura nel resto del gioco.
Infine, la narrazione tende a dare per scontati troppi elementi di lore. I nuovi giocatori potrebbero faticare a cogliere alcuni concetti e antefatti storici della saga, restando con qualche dubbio di troppo.
Considerazioni Finali
Tirando le somme, Resident Evil Requiem è un ottimo capitolo della saga. Possiamo persino azzardarci a definirlo il migliore e più bilanciato episodio pubblicato dopo Resident Evil 4.
Le sezioni opprimenti nei panni di Grace rappresentano il punto più alto dell’esperienza: offrono un survival horror puro e di altissima qualità, basato su un’ottima atmosfera e su una tensione psicologica costante.
D’altro canto, le parti action nei panni di Leon alleggeriscono la tensione accumulata. Questa alternanza di ritmi funziona benissimo e non annoia mai.
Il gioco rappresenta un graditissimo ritorno alle origini, capace di far rivivere quelle sensazioni di terrore primordiale che hanno reso celebre il marchio Resident Evil.
Tecnicamente il RE Engine si conferma solidissimo e visivamente eccellente. Narrativamente, pur poggiando su una struttura semplice, la trama si rivela incalzante ed efficace.
Forse manca un momento davvero epico e memorabile, colpa anche della natura ibrida del titolo, ma il livello qualitativo generale rimane costantemente alto dall’inizio alla fine.
E per una saga con quasi trent’anni sulle spalle, mantenere questa vitalità e riuscire ancora a terrorizzare ed esaltare il pubblico non è affatto cosa da poco. Promosso a pieni voti!
E voi, cari lettori di Top Games Italia, cosa ne pensate di Resident Evil Requiem? Siete fuggiti a gambe levate dagli orrori dell’ospedale o state perfezionando i parry con Leon? Fatecelo sapere nei commenti qui sotto! Non dimenticate di condividere l’articolo, lasciare un mi piace e iscrivervi al nostro canale YouTube per non perdervi i prossimi approfondimenti.










